mercoledì 27 novembre 2013
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Gentile direttore,
continuo a ripensare alle notizie dei giorni scorsi relative a due affidamenti di bambini a coppie gay. Alla radio ho ascoltato un’intervista a una psicologa che affermava che «non ci sono prove scientifiche» che una simile scelta «possa danneggiare» i bambini, perciò «si può procedere». Ma come, direttore, noi ci rifiutiamo di mangiare un pomodoro transgenico perché non abbiamo prove scientifiche sul suo danno potenziale, e invece sui bambini facciamo esattamente l’opposto? Il principio di precauzione non si applica ai bambini, considerati meno importanti di un pomodoro. Lei che ne pensa?
Luciana Montecolli, Roma
Penso e scrivo da tempo, gentile signora, quello che ogni uomo e ogni donna di buon senso pensa: i bambini sono infinitamente più importanti dei pomodori. Perciò non possono essere considerati meno degli ortaggi, e perciò non devono finire ostaggi di polemiche senza luce e senza amore, che con il loro bene nulla hanno a che vedere. Lo ripeto spesso, e prima di tutto a me stesso, trovando consonanza anche in interlocutori che sull’affido (che non è, comunque, l’adozione) di bambini a persone omosessuali hanno opinioni diverse dalla mia e dalla sua, ma che, come lei e come me, ragionano sui fatti e non parlano e agiscono nascondendosi dietro slogan di comodo. Voglio dire che nessuna vera o presunta battaglia “civile” o “morale” giustifica mai superficialità, strumentalizzazioni, noncuranza per le conseguenze di scelte o affermazioni di principio. Questo vale per i cattolici, per i laici, per chiunque. C’è bisogno, dunque, di conoscenza delle situazioni e rispetto assoluto per le persone coinvolte in ogni singolo caso, attenzione e delicatezza per gli adulti, ma ancora di più per i piccini. E a tutti, credenti e non credenti, servono idee chiare e una buona dose di carità. Detto ciò, bisogna misurarsi col fatto che quando parliamo del bene possibile per i bambini non c’è in ballo solo un sano “principio di precauzione”, perché non siamo in terra incognita e soltanto tra incertezze. Millenni di civiltà qualcosa hanno pur detto… Certo, da alcuni anni, soprattutto (ma non solo) in America, stanno aumentando i casi di minori affidati o dati in adozione a persone o coppie omosessuali, e anche i casi di piccoli fatti nascere in contesti di quel tipo. Nascite, ovviamente, sempre dovute a interventi esterni: operazioni di laboratorio, “madri in affitto”, ovuli femminili e/o seme maschile donati oppure acquistati... Sorvoliamo, per una volta, sulle allarmanti, mercificanti e persino schiavistiche pratiche utilizzate (ne abbiamo scritto molto sulle nostre pagine), e consideriamo solo le nuove analisi scientifiche e i copiosi dati problematici (anche di questo abbiamo scritto in più occasioni) che vanno emergendo e che contribuiscono a ulteriormente incrinare quel vecchio e accomodante «non ci sono prove scientifiche» di conseguenze negative da lei sentito ripetere alla radio. Sono un giornalista e non un esperto, ma mi chiedo: davvero qualcuno immagina di poter esorcizzare, semplicemente rimuovendoli, i lancinanti interrogativi che si propongono e le “ferite” che si producono su bimbi che crescono in situazioni nelle quali è programmaticamente esclusa la presenza familiare e di riferimento della madre o del padre, nascondendo o addirittura rifiutando per principio evidenze che sconfessano la tesi dell’indifferenza felice? La risposta è semplice: chi lo fa, chiude gli occhi. Chi finge di non rendersi conto delle questioni aperte, e rinuncia persino a far valere almeno quel “principio di precauzione” che ad altro e meno importante proposito viene invece sempre invocato, veste il suo pensiero debole e la sua stessa vita di bugie che non si possono nemmeno più definire “pietose”. Si tratta, infatti, di bugie che, anche quando sono dette con intenzione positiva, si rivelano concettualmente senza pietà proprio con i più piccoli, quei figli che non sono mai e mai possono essere ridotti a “proprietà” o “diritto” di qualcuno. Nessun bambino può essere trasformato in “bandierina” da sventolare e piantare su qualche nuova “posizione” conquistata nella guerra contro la naturale e feconda differenza uomo–donna. Nessun bambino può diventare arma, tantomeno in una battaglia condotta nel nome dell’uguaglianza. Siamo tutti uguali, portatori della stessa dignità come persone e come cittadini. Nessuno dev’essere discriminato, e però nessuno è più uguale degli altri. Cioè nessuno è talmente “più uguale” da pretendere ciò che non potrebbe mai generare da solo o assieme a un’altra persona assolutamente uguale a lui o a lei: uomo e uomo, donna e donna. La vera uguaglianza non scarta e non cancella le differenze e le loro conseguenze, non smentisce la sola complementarietà che umanamente realizza l’interezza di una nuova vita. Nel nome dell’uguaglianza, quando è necessario, si sostengono e si soccorrono le differenze, ma sempre si riconoscono, si valutano e si rispettano.
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