Analisi. I vecchi occhiali del Pil servono ma non leggono tutta la realtà


Leonardo Becchetti venerdì 16 dicembre 2016
Il benessere dipende dal rapporto aspettative-risultati. Tre casi recenti indicano gli errori di una classe dirigente: le elezioni irlandesi, la Brexit, il voto americano
I vecchi occhiali del Pil servono ma non leggono tutta la realtà

Che rapporto esiste tra Pil e Bes (inteso come sistema di indicatori di benessere equo e sostenibile sviluppato dall’Istat e promosso in modo costante e convinto sulle colonne di questo giornale)? Per capirlo ripartiamo da tre eventi politici fondamentali dell’ultimo anno (le elezioni irlandesi, la Brexit, le elezioni americane) dove le classi dirigenti al potere hanno perso le elezioni. In tutti e tre questi casi le classi dirigenti hanno usato gli “occhiali statistici” sbagliati fondati sulla crescita del Prodotto interno lordo che hanno suggerito un eccesso di confidenza poi clamorosamente smentito dai risultati elettorali. L’Irlanda cresceva prima delle elezioni al 6,2 percento all’anno, gli Stati Uniti e il Regno Unito avevano dati sulla crescita e sulla disoccupazione piuttosto soddisfacenti. I l caso irlandese è forse il più clamoroso e merita un approfondimento.

Dietro la crescita tumultuosa del Pil della tigre celtica c’era almeno un cinquanta percento di elusione fiscale, ovvero di valore economico in realtà creato altrove (di cui i cittadini non beneficiano direttamente) da aziende che mettono la loro sede fiscale nel Paese per pagare meno tasse. Se ci si fosse poi domandato se quella crescita rimanente avesse migliorato le condizioni di vita della maggioranza dei cittadini in termini di accesso a istruzione e servizi sanitari si sarebbe forse capito in anticipo il risultato delle urne. Le classi dirigenti odierne sembrano in sostanza aver dimenticato la lezione della multidimensionalità del benessere che già nel 1338 Ambrogio Lorenzetti aveva ben chiara quando dipinse a Siena il famoso ciclo di affreschi sull’Allegoria e gli Effetti del Buon Governo.

Osservando bene alcuni di quei famosi affreschi troviamo gran parte delle dimensioni del Bes: il benessere economico (la città ha palazzi ricchi con torri merlate e bifore, gli abitanti hanno vestiti di valore, le merci arrivano con abbondanza in città dalla campagna), la qualità della vita di relazioni (il corteo con la giovane sposa), l’istruzione (il professore che insegna ai docenti nel palazzo in prima fila nel quadro), la sicurezza (la figura alata che mostra un cartiglio che spiega come la sicurezza sia precondizione per il benessere).

Oltre a queste dimensioni il Benessere Equo e Sostenibile include una dimensione fondamentale e molto meno visibile che però faremmo bene a considerare e misurare in modo appropriato. Si tratta del benessere soggettivo che dipende dal delicato rapporto tra aspettative e risultati. Se le aspettative esplodono anche risultati buoni non riescono a produrre soddisfazione di vita e consenso. E bisogna tener conto che le aspettative dei cittadini nella società globale sono sempre più elevate perché le possibilità di confronto immediato con chi sta meglio sono sempre maggiori (producendo non a caso giganteschi flussi migratori di chi “vota con i piedi” e spera di colmare il differenziale di benessere atteso tra Paese di partenza e Paese di destinazione).

La gestione delle aspettative diventa dunque una variabile strategica fondamentale che, ad esempio, ha contribuito a mandare in crisi il governo uscente. La strategia dell’ottimismo, del sottolineare “l’Italia che ce la fa” si è rivelata un boomerang perché ha elevato le aspettative dei cittadini e prodotto frustrazione laddove le promesse sono state più clamorosamente distanti dai fatti. L’occhiale sintetico e fuorviante del Prodotto interno lordo come indicatore unico di benessere tradisce infine la lezione di Trilussa che ci ricorda come la media (la famosa storia di chi ha due polli e chi nessuno) ci dà indicazioni distorte sul progresso di benessere di chi sta peggio.

Paradossalmente se uno dei due protagonisti della storia migliora le proprie condizioni con 6 polli e l’altro resta a zero la media fa un bel salto in avanti anche se la condizione di chi sta peggio non cambia e il suo stomaco rimane vuoto. Questo esempio ci dice qualcosa di molto simile a quanto accaduto nell’ultimo decennio con i benefici della (moderata) crescita del Pil appannaggio in grandissima misura del top 1 percento della popolazione dei Paesi ad alto reddito. Quale lezione possiamo trarre da tutti questi eventi in termini di rapporto tra Pil e Bes? Sarebbe sbagliato passare all’eccesso opposto di pensare che la creazione di valore economico non sia necessaria.

Si tratta di una precondizione importantissima per occupazione, sostenibilità del debito, creazione di risorse per il welfare e dunque per promuovere le altre dimensioni del Benessere equo e sostenibile come istruzione, salute, qualità dei servizi tra le altre. Il punto che abbiamo cercato di spiegare in questo articolo è un altro, ovvero che il Pil come misura unica del benessere e della soddisfazione dei cittadini è misura assolutamente insufficiente e talvolta fuorviante. È come pensare che un’automobile sia in perfetta efficienza solo perché stiamo viaggiando a 100 all’ora o comprare una casa sulla carta senza averla neanche vista solo sulla base dei metri quadri.

La conclusione operativa dunque è una sola. Riscoprire la lezione di Lorenzetti e capire che il benessere e la soddisfazione di vita sono realtà multidimensionali e complesse e imparare a misurarle e analizzarle nelle loro caratteristiche e relazioni. Elaborando così proposte politiche adeguate a soddisfare la sofisticata e complessa ricerca di senso e di ben-vivere degli uomini dei nostri tempi.

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