Giusto rigore, non ritorsione
mercoledì 1 luglio 2020

Gli ingredienti sono forti e, se confermati, potrebbero risultare indigesti a chiunque creda ancora (nonostante tutto) nello Stato di diritto: una condanna penale definitiva su cui le parole registrate di un giudice, ora defunto, gettano ombre cupe; una sentenza civile che di fatto sconfessa quella condanna penale; un imputato che è stato quattro volte presidente del Consiglio ed è tuttora il leader di un partito nazionale, che ha subito decine di inchieste e di processi riportando fin qui quell’unica condanna definitiva, in seguito alla quale decadde dalla carica di senatore. Le ultime notizie sulle vicende giudiziarie (e inevitabilmente politiche) di Silvio Berlusconi segnano l’ennesimo scossone per la giustizia del nostro Paese e, più precisamente, per l’immagine della sua magistratura. Che sia fatta luce piena sul processo sui diritti tv Mediaset, dunque, è indispensabile e doveroso. Valuteranno i legali del Cavaliere in quali sedi e secondo quali modalità chiedere chiarezza, ma sapere è interesse dell’intero Paese e non del solo condannato. Anche perché questo ennesimo fulmine è arrivato a illuminare un cielo tutt’altro che sereno, anzi in piena tempesta a causa del cosiddetto "caso Palamara".

Ed ecco l’altra priorità, ancora una volta messa in evidenza dagli eventi, della quale tutti discutono (alle Camere, a Palazzo Chigi, al ministero di via Arenula, al Csm, all’Associazione magistrati, negli organismi rappresentativi dell’avvocatura), ma della cui reale urgenza sembra si faccia fatica a prendere consapevolezza: una riforma seria, ponderata, solida, del Consiglio superiore della magistratura. Le proposte sul tavolo sono tante e potrebbe essere una buona idea lavorare su quella che sposterebbe la facoltà di prendere decisioni disciplinari sui magistrati a una Corte indipendente esterna al Csm.

Non è quanto prevede il testo messo a punto dall’attuale ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, dove si trova invece una sorta di restyling dell’attuale commissione disciplinare. Stiamo per altro parlando di un disegno di legge delega, i cui tempi di approvazione e di attuazione potrebbero perfino essere tali da non impedire che il prossimo Csm venga formato, tra due anni, con le medesime regole elettorali attualmente vigenti.

Starebbe poi al Parlamento valutare, possibilmente senza tabù, se non sia il caso di mettere mano alla Costituzione per dividere le carriere dei giudici da quelle dei pubblici ministeri, evitando ovviamente di ledere in alcun modo l’autonomia degli uni e degli altri. Ma questa, date le posizioni prevalenti nelle Camere, sembra più che altro un’ipotesi di scuola.

Meglio perciò accelerare e puntare a una riforma che sia almeno in grado di eliminare le commistioni e i 'travasi' tra toghe e politica, di togliere alle correnti il potere sulle nomine dei capi degli uffici giudiziari, di scoraggiare il protagonismo tribunizio di alcuni magistrati, soprattutto pubblici ministeri. Le cronache indicano chiaramente al legislatore quali sono i due grandi pericoli da scongiurare. Il primo è liquidare tutto sotto la voce 'caso Palamara', cioè di scaricare ogni responsabilità sull’ex sostituto procuratore di Roma e su una decina di suoi colleghi, e continuare a tirare avanti. Se c’è una cosa su cui Palamara ha ragione da vendere, infatti, è che 'il sistema' non lo ha inventato lui e non vuole esserne il capro espiatorio. L’altro pericolo, opposto ma non meno grande, è quello di procedere a una riforma 'punitiva'. La tentazione esiste ed è individuabile, non da ieri, specialmente in alcune aree politiche. Ma fare «giustizia e verità per Berlusconi», come si leggeva sugli striscioni esibiti ieri alla Camera dai deputati di Forza Italia, non può significare commettere un’ingiustizia nei confronti dell’intera magistratura, che nella sua maggioranza è composta da giudici e pubblici ministeri che fanno esclusivamente il loro dovere.

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