venerdì 12 aprile 2013
COMMENTA E CONDIVIDI
La morte, così come la vita di un uomo illustre oppure di un altro del quale neppure si dà notizia, qualunque ne sia la vicenda e l’operato, esige profondo rispetto e grande discrezione. Lo suggerisce la pietà laica e lo chiede la carità cristiana. Rispetto e discrezione verso la persona sono incondizionati, ma non altrettanto lo sono la valutazione delle sue scelte, delle azioni e delle loro conseguenze. Ognuno di noi sa di meritare, in vita e in morte, il riconoscimento del bene fatto (in quanto bene, non perché l’abbiamo fatto proprio noi) e la critica per quanto di ingiusto possiamo aver commesso (a motivo dell’ingiustizia, non perché commessa da noi). Il resto – il giudizio sull’esistenza terrena, la 'storia dell’anima' – non spetta certo a noi. In occasione della morte di un uomo di scienza si è soliti rileggere il suo apporto alla metodologia e alla conoscenza della disciplina di cui è stato cultore, mettendo in luce il contributo offerto allo sviluppo di approfondimenti teorici o applicazioni pratiche. Così sta avvenendo in queste ore per il professor Robert Geoffrey Edwards, insignito nel 2010 del Nobel per la medicina a motivo dello «sviluppo della fertilizzazione in vitro». Il suo contributo alla medicina, unanimemente riconosciuto, non è consistito in una 'scoperta': ovvero la possibilità che la fertilizzazione e lo sviluppo embrionale pre-impianto, nei mammiferi e nell’uomo, possano avvenire anche in sede extracorporea era già stata dimostrata negli anni 50 del XX secolo, tra gli altri, dal dottor Min Chang della Worcester Foundation, e confermata all’inizio degli anni ’70 da un gruppo australiano della Monash University. Piuttosto, Edwards – in collaborazione con il ginecologo britannico Patrick Steptoe – perfezionò le tecniche biologiche che consentono di riconoscere gli ovociti maturi in grado di essere fertilizzati, di 'capacitare' gli spermatozoi per consentire loro di attraversare la membrana di rivestimento del gamete femminile ('zona pellucida'), e di favorire la fusione in vitro delle due cellule germinali. L’esito di ripetuti trasferimenti in utero dei concepiti è noto. La nascita a Manchester di una bambina, Louise Brown, il 25 luglio 1978, inaugurò una procedura sino ad allora inaudita per la biomedicina: sostituirsi all’organismo materno nel creare le condizioni per il concepimento e le prime fasi dello sviluppo di un nuovo essere umano. Questa tecnologia presenta non poche e dense ombre sotto il profilo della ricerca sperimentale, della pratica medica e del suo ruolo nella vita familiare e sociale. Affermare questo non significa sminuire l’impatto che la tecnologia riproduttiva sviluppata da Edwards e Steptoe ha avuto sul trattamento clinico dell’infertilità (oggi sono almeno 4 milioni i nati nel mondo attraverso questa procedura), ma riconoscere realisticamente il prezzo umano pagato per ottenere un simile risultato. Sommando i tentativi sperimentali compiuti dai due ricercatori inglesi, da chi li ha preceduti senza successo e da coloro che hanno lavorato per aumentare le probabilità di dare un 'bambino in braccio' alle coppie sterili, i bambini concepiti in vitro ma non nati superano di gran lunga quelli che hanno visto la luce. Una parte di essi sono morti, alcuni sono stati utilizzati come materiale biologico da esperimento, altri sono congelati in azoto liquido.L’impresa di Edwards non è stata solo segnata da un grave vizio etico nella correttezza metodologica (l’uomo, anche quello allo stadio embrionale, non può mai essere usato come oggetto di sperimentazione a rischio della sua integrità), ma ha aperto la strada a una facile disponibilità dell’embrione umano in laboratorio per altri tipi di manipolazione, come quelli che riguardano il trasferimento di nucleo e le cellule staminali embrionali. Il concepito è diventato oggetto di 'tentazioni biotecnologiche' che – laddove non è stato posto un preciso limite da comitati etici e leggi – hanno portato a deprecabili abusi perpetrati sull’essere umano in sviluppo. È giusto dunque che si ricordi la figura di uno studioso il cui contributo ha avuto un notevole impatto sulle biotecnologie mediche della riproduzione. Ma lo si dovrebbe fare tenendo conto di tutti i fattori in gioco nelle sue ricerche e nelle loro successive applicazioni, non certo ultimo il fattore umano, che è costato la vita a tanti di noi: perché l’embrione umano è uno di noi.
© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI

ARGOMENTI: