sabato 23 marzo 2013
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Un abbraccio grande e un discorso breve, quello ri­servato ieri da Papa Francesco al Corpo diplomatico accredi­tato presso la Santa Sede. Un saluto, del resto, doveva e vo­leva essere. E tale è stato, trat­tandosi di un gesto assai di­verso dal tradizionale discor­so 'istituzionale' che, ogni i­nizio d’anno, il Pontefice ri­volge agli stessi interlocutori (Benedetto XVI lo aveva tenu­to lo scorso 7 gennaio). Così si è realizzato quest’«abbraccio del Papa al mondo», come ha detto egli stesso, teso a incon­trare attraverso gli ambascia­tori «i vostri popoli» e a «rag­giungere, in un certo senso, ciascuno dei vostri concittadi­ni, con le sue gioie, i suoi dram­mi, le sue attese, i suoi deside­ri ». Pur in tale brevità, tuttavia, Francesco non ha rinunciato ad anticipare, più che lo sca­denzario di un’essenziale a­genda internazionale, le prio­rità e lo stile nel suo dialogo con il mondo. Rispetto alle priorità, entro u­na più che significativa cor­rente di continuità con Bene­detto XVI, Papa Bergoglio ha rimesso al centro la lotta, con­tro ogni forma di povertà. Po­vertà materiale, innanzitutto, che ancora per miliardi di per­sone è fatica quotidiana, lotta per la pura sopravvivenza; ma anche, e non in misura secon­daria, povertà spirituale deter­minata dalla «dittatura del re­lativismo », quella sorta di de­sertificazione delle anime «che lascia ognuno come misura di se stesso» e, nella spirale degli egoismi che genera, finisce col mettere «in pericolo la convi­venza tra gli uomini». Per con­trastare tutto ciò, per Papa Francesco è indispensabile un dialogo capace di dipanarsi giorno per giorno, testarda­mente, senza lasciarsi vincere dallo scoramento. Un dialogo tra culture e religioni, che coin­volga anche i non credenti, e tra le culture e le religioni tra loro – l’islam in primo piano – , perché «non si possono co­struire ponti tra gli uomini, di­menticando Dio», così come «non si possono vivere legami veri con Dio, ignorando gli al­tri».È questo il valore aggiunto che, per il Papa, porta alla costru­zione della vera pace. Ed è que­sto il punto in cui il discorso circa le priorità di Francesco finisce con coniugarsi, e decli­narsi, nello stile di un’essen­zialità che, per lui, è irrinun­ciabile anche nell’economia delle relazioni tra gli Stati. Lo ha spiegato molto bene, quan­do, nel ribadire che «non vi è vera pace senza verità», di nuo­vo ha ammonito che «non vi può essere pace vera se cia­scuno è la misura di se stesso, se ciascuno può rivendicare sempre e solo il proprio dirit­to, senza curarsi allo stesso tempo del bene degli altri, di tutti, a partire dalla natura che accomuna ogni essere umano su questa terra». E sono ritor­nati, qui, il discorso sulle ra­gioni per le quali ha scelto il suo nome pontificale, la rifles­sione sul significato del custo­dire risuonato nell’omelia di i­nizio pontificato, l’apertura u­niversale che deve – nella sua visione – portare a segnare sempre nuovi passi in direzio­ne di un bene comune che è responsabilità di tutti. Uno dei titoli del Vescovo di Roma, ha detto alla fine, è quello di Pontefice, «cioè – ha spiegato – colui che costruisce ponti ». Non è difficile immagi­nare che, nelle intenzioni di Papa Francesco, quei «ponti» possano arrivare fino a dove, ancora, non sono riusciti a giungere. Anzi, debbano arri­varci. ​
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