venerdì 2 agosto 2013
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Capita, a chi viaggia per lavoro e spesso ai giornalisti, di conoscere Paesi lontani non come li vedono i turisti, ma davvero. Certa Africa, certo Est, certa America Latina: posti in cui, come valichi i quartieri dei grandi alberghi, ti si para davanti una miseria che nemmeno sapresti immaginare, finché non la vedi con i tuoi occhi. E se poi hai occasione di fermarti qualche giorno nelle città dove i bambini ai semafori si arrampicano ai finestrini delle auto chiedendo la carità, o dove le madri elemosinano con tre o quattro figli attaccati alla gonna, se prendi atto insomma di quale mole di miseria prema alla frontiera – o alla barriera – del "primo mondo", quando ritorni e atterri a Roma o a Milano, per giorni ti guardi attorno stranito: tanto aspro è il salto, dall’al di là all’al di qua del confine. E riconosci per la prima volta tutto ciò che abbiamo; e perfino il pane, perfino l’acqua che scende dal rubinetto ti meraviglia, e ti pare un regalo. Insomma: da certi viaggi capita, a noi è capitato, di tornare e avere la sensazione che, nell’urto con un’altra realtà, si sia come spostato l’asse dell’Occidente, attorno a cui abbiamo sempre gravitato. Per qualche giorno resti in uno smarrimento: confronti la vita dei tuoi figli e quella dei figli di laggiù, con imbarazzo. Chi è credente è ancora più turbato dal tacito status quo per cui è normale che un bambino, in certi Paesi, viva di carità ed espedienti, o muoia di fame. Poi, si sa, dopo qualche giorno ci si riabitua al proprio mondo, alle sue garanzie e ai suoi diritti – e ci si indigna, magari, se ti chiedono di lavorare, d’ora in poi, qualche anno in più. Il silenzioso scandalo cui è esposto chi traversa l’invisibile frontiera che passa per Lampedusa, o per il Messico, o tra l’Asia e l’Europa – là dove i due mondi sono più geograficamente vicini – è destinato a farsi più evidente con l’elezione di questo Papa che viene, l’ha detto lui, «quasi dalla fine del mondo». Un Papa che è stato prete <+corsivo_bandiera>callejero<+tondo_bandiera>, cioè uso ad andare per strada, uno dunque che non ha sulla realtà lo sguardo dell’Occidente: che, per quanto caritatevole possa essere, è sempre lo sguardo nostro, di noi cresciuti al di qua. Il prete che Francesco è stato sa bene invece come le guardano, certe sontuose auto blu, se per sbaglio finiscono in un quartiere diseredato del Sudamerica. Sa come le fissano i ragazzini, e con che occhi, come non automobili fossero, ma astronavi di un’altra galassia; e sa quale silenziosa profonda distanza si interpone tra la gente e chi si presenta su berline perfino più grandi di certe baracche. Di modo che, visto dall’altra parte del mondo, salire su una piccola Fiat e abbassare i vetri dei finestrini è stato semplicemente il primo modo per dire che il Papa veniva a farsi prossimo all’ultimo dei poveri. Era già un parlare la lingua dell’«altro» mondo. Quegli stessi gesti di semplicità hanno al contempo suscitato un certo disorientamento tra alcuni cattolici di area tradizionalista, e perfino forse tra quelli che potremmo chiamare cattolici occidentali "normali", abituati a vivere la fede come un tranquillo, e a volte sedentario, fatto privato e, magari, di quando in quando, ritualmente rivendicativo. Qualcuno ha interpretato le scelte di Francesco come "pauperismo", o – utilizzando categorie ormai superate – come un fare "di sinistra". Ma forse qualcosa sfugge, e questo qualcosa sta anche nella distanza geografica e politica ed economica da cui proviene Jorge Mario Bergoglio. Il Papa che arriva dalla fine del mondo conosce altri codici, e li parla come una lingua materna (e forse, a ogni viaggio a Roma, misurava fra sé le distanze fra i diversi universi). Allora, dentro e fuori i palazzi vaticani, Francesco sceglie un modo di vivere il più possibile semplice, perché troppo tagliente e viva è la coscienza dell’"altro" pianeta, per poterla ignorare. O, anche, perché sa che per capire i poveri occorre vivere il più possibile come loro, e quasi imparare da loro; e ci si guadagna, magari, in libertà spirituale. Forse questa coscienza, che Francesco ci porta da lontano, potrà spingere noi, i popoli della sazietà e dei "diritti", a spostare almeno di poco l’asse attorno a cui gravitiamo? È presto per dirlo. Ma non è escluso che la foto di Francesco sulla Fiat Idea a Rio resti a segnare, fra degli anni, il momento in cui il primo dei mondi si è chinato sull’altro – cercando di capire, e balbettando un’altra lingua, un altro sguardo.
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