mercoledì 2 ottobre 2019
Il continente blu è una risorsa sconfinata per produrre elettricità a basso impatto ambientale
Da deposito di scorie o distese sfruttate a grande fonte energetica sostenibile Foreste di pale eoliche galleggianti per dipendere meno dalle fonti fossili

Da deposito di scorie o distese sfruttate a grande fonte energetica sostenibile Foreste di pale eoliche galleggianti per dipendere meno dalle fonti fossili

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Le note di Sapore di sale raggiunsero le orecchie degli italiani nel 1963. Ma più di mezzo secolo dopo, un brivido freddo percorre ancora la schiena pensando che negli stessi anni maturava l’idea di scaricare negli oceani le scorie radioattive delle centrali atomiche, presso quella nascente 'aristocrazia nucleare' definita furiosamente in questi termini dal capitano Jacques-Yves Cousteau, fra i più celebri accusatori di quei tristi ragionamenti di corto respiro. Del resto, nonostante le campagne di denuncia verso uno scandalo protrattosi per decenni, solo dal 1994, in un mutato clima internazionale segnato dalla catastrofe di Chernobyl e dalle proteste sempre più pressanti dei piccoli Stati oceanici, un emendamento alla Convenzione di Londra del 1972 proibisce formalmente ogni scarico radioattivo nel mondo blu, salvo in casi d’emergenza.

Simili trascorsi la dicono lunga sulla scarsa considerazione prestata a mari e oceani per decenni da buona parte delle élite industriali dei Paesi più sviluppati, concentrate sulla nevralgica questione dell’approvvigionamento energetico indispensabile all’economia. Non di rado, a molti responsabili, le distese blu apparivano più che altro come un ostacolo per accedere ai giacimenti petroliferi custoditi sotto i fondali. Attività estrattive, queste, anch’esse responsabili di numerosi episodi anche gravi d’inquinamento marino, soprattutto nelle acque del Sud del mondo. Ma il mondo blu, l’ex sottaciuto deposito dei peggiori scarti dell’industrializzazione galoppante, è oggi forse pronto a prendersi una sorta di rivincita storica. In un’epoca in cui il prestigio dell’energia atomica sembra calare dopo ogni nuovo grave incidente, mari e oceani appaiono ormai a un numero crescente d’ingegneri come un eldorado per quell’energia pulita destinata teoricamente a soppiantare a breve i combustibili fossili responsabili dell’effetto serra e dunque del cambiamento climatico.


L’Olanda spera di ricavare entro il 2030 dal vento in alto mare circa il 40% del proprio attuale fabbisogno energetico

Certo, alcuni Stati restano ancora soggiogati dall’idea ibrida ed estremamente controversa di 'sposare' il nucleare e i mari, come nel caso della Russia, che ha appena lanciato nelle acque artiche l’Akademik Lomonosov, un mastodontico reattore galleggiante concepito per permettere lo sfruttamento delle gigantesche riserve petrolifere del Grande Nord, rese più accessibili dal progressivo scioglimento della banchisa. Ma in uno spirito ben più attento ai nuovi scenari d’emergenza ecologica, si aprono altrove numerose piste di ricerca per sfruttare l’ambiente marino e l’energia oceanica in una chiave sostenibile. Fra quelle maggiormente avviate verso la maturità tecnologica, figura l’eolico offshore, ovvero l’innesto di 'foreste' di pale eoliche più o meno al largo delle coste. Una soluzione che è stata finora molto osteggiata per ragioni d’impatto ambientale e paesaggistico, ma che potrebbe conoscere presto un autentico decollo grazie alle pale di nuova generazione non più rigidamente fissate ai fondali, ma galleggianti, dunque esportabili in alto mare.
Fra le tendenze del settore, spicca pure quella verso un crescente gigantismo, con dei veri monumenti di nuova generazione della produzione eolica. Impegnato in una corsa serrata con concorrenti come il gruppo tedesco Siemens e quello danese Vestas, il colosso americano General Electric ha annunciato la commercializzazione non lontana di 'Haliad-X', un generatore mastodontico il cui albero centrale avrà un’altezza di 50 piani, con 3 pale avveniristiche ad alto rendimento da 107 metri, per un diametro totale di 220 metri dell’area di rotazione. Dimensioni che superano, ad esempio, quelle delle più alte torri storiche italiane. La potenza massima prevista è di 12 megawatt, per una produzione di 67 gigawattora all’anno, grazie alla preziosa capacità di sfruttare pure dei venti deboli. Di che alimentare costantemente un’intera cittadina di 16mila abitazioni. Il progetto richiede ancora dei test spinti di collaudo del prototipo previsti a Rotterdam, in Olanda, ma General Electric spera di poter consegnare i primi esemplari nel 2021 e di costruirne un centinaio all’anno nei soli stabilimenti industriali francesi di Saint-Nazaire e Cherbourg, dov’è stato concepito e assemblato il prototipo.
Anche per ragioni storiche, proprio l’Olanda è fra i Paesi europei maggiormente pronti a scommettere sull’energia ricavata in mare o dal mare. Jan Busstra, direttore del settore marittimo presso il Ministero olandese delle Infrastrutture e della Gestione dell’acqua, ci spiega: «Stiamo investendo molti sforzi e molto denaro per creare delle foreste di generatori eolici nel Mare del Nord, entro il 2030. Il nostro obiettivo è di giungere a una capacità di 11 gigawatt in quest’area. Ma stiamo sviluppando pure progetti di scala più modesta, per sfruttare in particolare le maree, con benefici attesi che ci sembrano elevati, anche in termini di generatori d’emergenza e di creazione di nuovi mercati economici. Pensiamo che l’eolico non sia la sola strada per impiegare le distese marine a livello energetico. Anche altri segmenti presentano margini interessanti per sviluppare nuove filiere produttive. Ci sembra una direzione d’avvenire e stiamo già discutendo la possibilità di un’estensione degli investimenti lungo il ventennio 2030-2050».

L’Haliad-X di General Electric è un generatore mastodontico il cui albero centrale avrà un’altezza di 50 piani, con 3 pale avveniristiche ad alto rendimento da 107 metri, per un diametro di 220 metri dell’area di rotazione
Per un Paese non grande come l’Olanda, si tratta di una scommessa estremamente importante, se si pensa che è di circa 22 gigawatt la capacità della celebre Diga delle Tre Gole, la centrale idroelettrica cinese estremamente controversa che capta l’energia del Fiume Azzurro, l’opera del genere più potente al mondo. In altri termini, l’Olanda spera di ricavare entro il 2030 dal vento in alto mare circa il 40% del proprio attuale fabbisogno energetico. Secondo uno studio pubblicato due anni fa sotto l’egida della Carnegie Institution for Science, 'tappezzare' l’Atlantico del Nord di foreste eoliche potrebbe in teoria rispondere agli attuali bisogni energetici dell’umanità. Ma anche senza evocare scenari estremi e per il momento di pura fantascienza, il 2019 potrebbe già rappresentare un punto di svolta, secondo l’Agenzia internazionale dell’Energia (Iea), per la quale «le capacità aggiuntive delle rinnovabili dovrebbero crescere di circa il 12% quest’anno, il tasso più rapido dal 2015, raggiungendo all’incirca i 200 gigawatt, in gran parte grazie al fotovoltaico solare e all’eolico».
Nella cruciale corsa verso rendimenti energetici più elevati e dunque economicamente appetibili, gli ingegneri idraulici di tutto il mondo inseguono il sogno di sfruttare meglio l’immane energia accumulata nel 'corpo' stesso delle distese blu: l’energia cinetica delle correnti profonde, delle onde o delle maree, oppure quella ricavabile dalle disparità ('gradienti') termiche o di salinità che differenziano le acque oceaniche di superficie da quelle profonde, specialmente nelle porzioni equatoriali del globo maggiormente soleggiate. In termini di sviluppo sostenibile, queste soluzioni paiono già oggi quasi obbligatorie in molti contesti insulari, dove spesso l’impatto di altre strutture, come le centrali solari, non è facilmente compatibile con il benessere delle popolazioni.

Alla lunga, simili progetti potrebbero cambiare il nostro sguardo verso gli oceani. Da distese sfruttate spesso principalmente come aree di transito del commercio mondiale, ad autentici polmoni energetici di un futuro sostenibile. Da trappole drammatiche e mortali lungo le nuove rotte migratorie globali a orizzonti di speranza e di liberazione rispetto alla funesta dipendenza dai combustibili fossili, divenuta sempre più cronica lungo il XX secolo. Un’occasione unica, forse, anche per tornare a esercitare quella «solidarietà con la 'casa comune'» evocata da papa Francesco nella sua recente intenzione di preghiera per un impegno corale nella protezione dei mari e degli oceani.

TUTTE LE PUNTATE PRECEDENTI SUL FUTURO DEI MARI

(5 - fine. Le precedenti puntate sono state pubblicate il 14, 20, 28 agosto e il 14 settembre)
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