venerdì 28 giugno 2013
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Nell’inferno di un conflitto senza regole, in cui anche i piccoli e gli indifesi possono essere trasformati in strumenti, in macchine di morte, può accendersi una luce di speranza. Una luce che ha un unico interruttore e una sola fonte di energia: il Vangelo. In Sierra Leone, quella luce, insieme ad altri, e in particolare al vescovo Giorgio Biguzzi, l’ha tenuta alta per anni Giuseppe Berton, missionario saveriano, meglio noto come "Padre Bepi", apostolo dei "bambini soldato", che se ne è andato martedì a 81 anni. Con l’impegno su uno dei fronti più pericolosi del Pianeta, Berton ha incarnato coerentemente la missione "ad gentes", annunciando e testimoniando la Buona Notizia senza risparmio. Siamo certi che la sua morte, nella fede, è stata vinta (ancora una volta), proprio come accadeva quando generosamente riscattava quei "soldatini di piombo" che tanti lutti avevano prodotto durante la sanguinosa guerra civile sierraleonese. E lui è stato uno dei protagonisti in positivo della terribile ondata di violenza che ha devastato il Paese tra il 1992 e il 2000. Protagonista dalla parte del bene, vicino alla gente ostaggio delle violenze e degli interessi esterni che andavano ben al di là delle rivendicazioni delle fazioni della guerriglia. Pieno di intraprendenza umana e di zelo missionario, in tutte le attività che svolse puntava ad affermare la sacralità della vita. Per lui, i bambini soldato erano le prime vittime dei "signori della guerra" e, sebbene fossero stati costretti a commettere ogni genere di nefandezze, meritavano misericordia. E sì, perché quella "gioventù bruciata", se avesse potuto, se non fosse stata costretta con la violenza ad altra violenza, sarebbe volentieri tornata sui banchi di scuola, dai quali era stata strappata. Ma le sopraffazioni perpetrate nei loro confronti, abusi che gridano ancora oggi vendetta al cospetto di Dio, non avevano soffocato la loro voglia di vivere. Per questa ragione, padre Berton si spese nel sostenere il progetto Kissy, in un luogo apparentemente incantevole, sulla spiaggia di fronte all’oceano, all’estrema periferia di Freetown. Chi scrive, lì incontrò , anni fa, "Caporal Highway", un giovane che precedentemente aveva massacrato persone innocenti sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. Aveva deciso di riprendere gli studi, dopo il lungo conflitto. Era tornato a sorridere proprio grazie a padre Bepi, che gli riconsegnò l’umanità e la dignità perduta. E come il "Caporale autostrada" sono decine le storie di riscatto che il religioso dalla forte tempra illustrava nei convegni cui veniva invitato a raccontare della sua gente, del popolo di un Paese condannato dalla storia ad essere tra gli ultimi del mondo. A testimonianza del suo impegno, nel 2001, l’allora segretario dell’Onu Kofi Annan volle incontrarlo di persona e visitare il centro di riabilitazione di Kissy. Dal giugno dello scorso anno il coraggioso missionario era in cura a Parma. Nato a Marostica (Vicenza) il 5 febbraio 1932, dal 1973 fino alla vigilia della morte, padre Berton ha vissuto in Sierra Leone, dedicandosi ai più poveri, a coloro che "non fanno notizia". E anch’egli (con tre confratelli) venne rapito nel 1999 dai ribelli che fecero dei bambini-soldato i carnefici di tanta umanità dolente. Da allora aveva intensificato i progetti che hanno permesso di recuperare almeno duemila ragazzi e ragazze, restituendoli alla vita e alla società. Padre Berton è stato un autentico "casco blu di Dio", testimone di una Chiesa, "piccolo gregge", a servizio della verità e della pace.
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