Forza e rischi dell’Europa (visti dagli Usa)
venerdì 25 settembre 2020

È impressionante come alcuni dei maggiori luminari della scienza economica d’Oltreoceano – il nobel Stiglitz, Jeffrey Sachs, il guru del marketing Philip Kotler tra gli altri – non si stanchino, negli ultimi loro lavori, di denunciare i limiti e la performance scadente della democrazia americana e siano diventati dei veri e propri 'attivisti'. Se usiamo il metro del reddito pro capite (il pollo di Trilussa) gli Stati Uniti sono certamente tra i Paesi di testa, ma se osserviamo la situazione con la lente del benessere multidimensionale (ovvero con le metriche ormai comuni da noi come quelle del Bes, Benessere equo e sostenibile, o della generatività) la situazione rispetto ai Paesi europei è molto più critica. Le spese sanitarie pro capite sono il doppio che negli Stati Ue con una sanità pubblica assai più scadente e un’aspettativa di vita indietro rispetto alla nostra di diversi anni, mentre l’obesità è una vera e propria epidemia. Il Paese perde terreno dal punto di vista di istruzione, povertà e diseguaglianze.

E ultimamente il dramma dell’epidemia di morti per disperazione studiato dal nobel Deaton, ha sorprendentemente aumentato i tassi di mortalità degli over 50 per via di una forte crescita di suicidi ed overdose da oppioidi. Leggendo gli ultimi due libri di Stiglitz e Kotler o gli articoli di Sachs fa impressione osservare come gli autori considerino traguardi ideali d’approdo le conquiste dello Stato sociale che forse noi non apprezziamo e difendiamo abbastanza.

L’apparente 'autolesionismo' dell’elettore americano è ancora più sorprendente se guardiamo ai risultati di un esperimento condotto da Michael I. Norton (Harvard) e Dan Ariely (Duke) nel quale a un campione rappresentativo di elettori statunitensi è stato chiesto di scegliere tra tre ipotetici Paesi, uno con una distribuzione del reddito perfettamente egua-litaria, uno con quella molto diseguale e corrispondente all’attuale americana ed un terzo con una situazione intermedia, ma molto meno diseguale degli Stati Uniti di oggi. La maggioranza schiacciante degli intervistati (il 92%) ha scelto il terzo Paese preferendolo agli Usa. La domanda che in fondo si pongono in questi scritti è sempre la stessa e, per usare il titolo di un bel lavoro di Adam Bonica pubblicato sul 'Journal of Economic Perspectives', suona così: 'Perché la democrazia non ha ridotto la crescita delle diseguaglianze?'. La soluzione dell’enigma è in apparenza semplice.

Come brutalmente sostenuto da Joseph Stiglitz in un nostro recente dialogo al Festival Pordenone Legge negli Stati Uniti è il denaro a votare. Una serie di svolte della giurisprudenza infatti fanno sì che sia possibile per le grandi Corporations finanziare con ammontare illimitato e senza dichiarare la propria identità i candidati preferiti attraverso il meccanismo dei 'super Pac', i grandi comitati elettorali. In parallelo una serie di regole e prassi sembrano scoraggiare l’esercizio del voto delle persone meno abbienti con un tasso di partecipanti alle ultime presidenziali sceso al 55% (quasi un americano su due non va a votare). Contrastare questa deriva non vuol dire essere antindustriali contrari alla creazione di valore economico.

Vuol dire piuttosto non confondere, come espresso efficacemente da Stiglitz, la ricchezza individuale risultato di un’estrazione di rendita con la ricchezza delle nazioni. Questo però non spiega tutto. Esiste infatti come ben sappiamo negli Stati Uniti una frattura profonda tra la Costa Est cosmopolita, culturalmente più sofisticata e ispirata ai principi della diversità e della tolleranza e il Sud e il Midwest, l’America profonda attaccata alle proprie radici che oltre all’individualismo e allo spirito di frontiera includono più saldi valori religiosi e legami con la comunità locale. Al di là dei fiumi di finanziamenti delle grandi Corporations di settori che con Trump hanno in parte rallentato il loro declino (fossili, tabacco, armi) la sconfitta del Partito democratico è stata originata dal fatto che gli elettori del Sud e del Midwest non sono riusciti ad identificarsi in Hillary Clinton e nella sua scala di valori. Ci avviciniamo alle nuove elezioni presidenziali e ci sarebbe bisogno negli Stati Uniti di un candidato in grado di sparigliare le carte mettendo assieme la sensibilità sociale ed ambientale di una politica del bene comune ispirata agli interessi di tutti gli stakeholder (consumatori, lavoratori, comunità locali) e non solo delle grandi aziende, con un’attenzione al tema del senso del vivere che rilanci l’importanza delle radici spirituali, religiose e familiari del vivere.

La storia recente americana deve essere una lezione anche per noi. Dobbiamo essere consapevoli e difendere le nostre conquiste sociali, il nostro equilibrio dei poteri non sbilanciato verso un solo interesse egemone. E dobbiamo misurare e costruire sempre più politiche ispirate alla ricchezza di senso e generatività del vivere. Che, come prova a fare da tempo il paradigma dell’economia civile, mettono assieme, e non schierano su fronti contrapposti, istruzione, innovazione, apertura, tolleranza e responsabilità sociale e ambientale da una parte e valorizzazione dei legami spirituali, familiari, comunitari e di territorio che sono fondamentali per il nostro vivere. Solo in questo modo potremo evitare il rischio (già palpabile) di 'deriva dei continenti' tra le due sponde sempre più distanti tra loro di un populismo che si arroga il monopolio dei valori spirituali e fa leva su ignoranza e conflitto e un cosmopolitismo dei più abbienti che non riesce a intercettare l’anima profonda dei Paesi e le istanze più profonde della persona.

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