sabato 30 marzo 2013
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«Quando la nostra gente viene unta con olio di gioia lo si nota: per esempio, quando esce dalla Messa con il volto di chi ha ricevuto una buona notizia». L’omelia della Messa crismale del Giovedì Santo di Papa Francesco è, a rileggerla, una lettera ai sacerdoti. Lettera viva, confronto faccia a faccia, in cui il Papa, memore dei lunghi anni del suo sacerdozio, ai preti si rivolge come dando del tu, ben sapendo oneri e gioie di chi è chiamato a portare, fra gli uomini, il volto di Cristo. Tutta l’omelia è un’esortazione a non trattenere per sé l’unzione di Aronne, ma a portarla agli altri; perché fatalmente altrimenti l’ «olio diventerebbe rancido». E la gente, dice Francesco, cerca in voi quel profumo di Cristo, e per questo vi si avvicina, e domanda. Ma, avverte il Padre Jorge che girava Buenos Aires a piedi e in metrò, occorre stare molto attenti: perché anche una richiesta materiale o perfino inopportuna può nascondere il desiderio di essere unti, toccati, da quell’olio benedetto e profumato.
Occorre essere profondamente vigili, e sentire e intuire ciò che la gente vi chiede, dice il Papa ai sacerdoti; e cita l’episodio della emorroissa con Gesù, quando egli solo in mezzo alla folla percepì la domanda struggente della donna che gli sfiorava il lembo del mantello. «Il sacerdote che esce poco da sé si perde il meglio del nostro popolo», dice il Papa, e, aggiunge, diventa un 'gestore' del sacro, diventa un prete triste, «collezionista di antichità oppure di novità», cercatore di «metodi» che infine portano a minimizzare il potere della grazia. 
Folgorante, nella sintesi di Francesco, l’osservazione e la diagnosi di una malattia che tocca uomini buoni, preti volenterosi. Parla, il Papa, come uno che fra parrocchie e oratori, tra il popolo di Dio e i suoi pastori ha macinato migliaia di chilometri. Sa ciò che è, sa come accade, e tanto precisamente che forse qualcuno si sentirà ferito dalla sua analisi. E però in questa stessa lettera esigente e amorevole, da padre, offre la cura, l’unica: «In questo mare del mondo attuale vale solo l’unzione – e non la funzione – e risultano feconde le reti gettate unicamente nel nome di Colui del quale noi ci siamo fidati». Unicamente nel nome di Cristo.
È dentro un affidamento totale che il Papa esorta i preti a lasciar perdere introspezioni e 'metodi' per tuffarsi nel gregge degli uomini che attendono, per starci tanto in mezzo da prendere, delle pecore, l’odore. (E non sono questi forse i sacerdoti di cui abbiamo bisogno?). Lettera di coraggio e di amore. Ma, potrebbe obiettare un prete stanco, dove la prendiamo, Santità, questa forza che lei ci domanda di portare nel gregge, con abbondanza, quasi ne avessimo le braccia stracolme?
Solo nel nome Cristo, risponde Francesco in questo suo primo Venerdì Santo romano – con una radicalità che affascina, e che continua l’appello forte di Benedetto nell’anno della Fede: ritornare a Cristo. Tensione di cui è una sintesi l’appunto delle parole pronunciate da Bergoglio nelle Congregazioni generali prima del Conclave, dove scriveva: «A volte penso che Gesù bussi da dentro, perché lo si lasci uscire...» (Uscire verso tutte le periferie, quelle metropolitane e quelle del cuore, con uno slancio vivo; come quei getti verdi che in questo marzo spuntano da rami che sembravano secchi e inariditi).
E mysterium lunae è l’altra espressione citata dal futuro Papa in quelle poche righe preziose: antica espressione patristica a indicare l’essenza della Chiesa, la sua anima stessa. Come la luna, la Chiesa non brilla di luce propria: ma solo riflette la luce di Cristo. A questo riflettere una luce che non è nostra Francesco chiama i suoi sacerdoti, in questa Pasqua. Perché solo così la gente avverte, in un uomo, il profumo di Cristo; ed esce da Messa un po’ più lieta in faccia, e porta a casa, pure nella fatica, una speranza radicata e certa.
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