domenica 30 giugno 2013
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Caro direttore,
a proposito di immigrazione e cittadinanza ho apprezzato il testo di Paolo Borgna del 31 maggio scorso e, nello stesso solco, il calibrato editoriale del responsabile di Migrantes, monsignor Giancarlo Perego (7 giugno), che elenca tutte le cause di immigrazione e anche quello, per la verità più psicanalitico che sacramentale, su mendicanti e povertà di Claudio Calvaruso (6 giugno). Quindi, il 18 giugno, ho letto con piacere l’editoriale di Marco Impagliazzo: ius culturae denso di umanità e condivisione identitaria, nel senso delle sue ultime righe.
Trovo una felice coincidenza su come affrontare il fenomeno dell’immigrazione e l’integrazione degli immigrati. Condivido le notazioni che 'Avvenire' ha spesso fatto e di cui ha ben scritto Borgna: gli iter farraginosi, lo sfruttamento della persona immigrata, l’incerto riconoscimento della pari dignità tra indigeno e straniero. Ma penso anche che per coloro che fraintendono identità e patria, che girovagano apparentemente invisibili o strepitano nei Cara/Cie o si annoiano negli alberghi, che presidiano incroci, parcheggi, negozi, chiese, cimiteri (e non includo i Rom) il rimedio non è la psicanalisi evangelica e non è un delitto contro l’umanità la palese via democratica del 'rientro a casa'. Tengo, insomma, a evitare il diffuso malinteso di valorizzare solo ciò che unisce, e perciò pongo l’accento su due discrepanze: la signora ministro Kyenge ha proposto e continua proporre lo ius soli tal quale, nessun ius culturae. E quando Impagliazzo si rifà alla prassi di integrazione dei romani, noto che s’è realizzata nel corso di secoli: dal 100 a.C. di Caio Mario (quando annientò Cimbri e Teutoni) all’editto di Caracalla del 212 d.C. Impagliazzo poi, a mio parere, trascura anche un tema: quale ius applicare per gli immigrati genitori, residenti o meno, clandestini o eroi, rimasti per propria volontà stranieri. Sullo sfondo rimane, infine, l’orizzonte (o la cornice) entro cui lo ius per i bimbi figli di immigrati nati in Italia si colloca: quella sostanza umana chiamata 'profughi' che viene accolta con le politiche sociali e la misericordia del workfare, l’assistenza.
Voglio dire che non si dà cittadinanza per buon cuore, pressappochismo o per condono, ma per «quando, come, perché».
Per motivi certi e chiari, insomma. E ciò non vale solo per i figli, ma anche per i genitori immigrati, pur residenti laboriosi e contribuenti pacifici. Nonostante le opinioni e le sortite elettorali una intelligente graduale verifica in corpore vivi non è discriminazione in natura e in diritto, ma valore aggiunto. Certe affermazioni sospese a un interrogativo – tipo quella di Impagliazzo: «Perché non pensare a una vera integrazione che li renderebbe ancor più italiani?» – fanno balenare l’accorciatoia del «cosa fatta capo ha»… È possibile condividere nelle comunità cristiane un impegno forte (e già in essere) senza dover essere schierati tra i razzisti? Concludo dicendo di non aver letto quel che ha scritto Sartori, e di essere certo di ciò che ha scritto Impagliazzo. E la ringrazio, direttore, per aver potuto esprimere in modo serio la parzialità delle convinzioni reciproche.
Saluti di cuore,
Mario Rigo, Rho (Mi)
 
Gentile direttore, ho letto sia l’articolo di Giovanni Sartori sul 'Corriere della Sera' del 7 giugno sia l’articolo di Marco Impagliazzo su 'Avvenire' del 18 giugno riguardante l’infelice uscita del ministro Cécile Kienge sull’Italia meticcia. Le domando: ma la signora ministra, per caso, a livello inconscio non coltiva un suo razzismo verso gli europei eredi degli antichi mercanti di schiavi e dei colonizzatori in Africa? Sarebbe in qualche modo comprensibile... E ancora, ma veramente il problema dell’Africa, in particolare, si risolve con il trasferimento di quelle popolazioni in Italia? I missionari hanno sbagliato tutto curando da sempre la preparazione professionale delle popolazioni locali affinché potessero vivere nelle loro realtà riscattate? E le iniziative tese a «ridare l’Africa agli africani» sono sbagliate? Era giusto che le nostre popolazioni, e non mi riferisco soltanto alla Grande Emigrazione, fossero costrette ad affrontare il dramma dell’emigrazione coatta in quanto indotta dalla fame, con sradicamento dal Paese di nascita? Emigrazione emorragica che continua tuttora. Forse sarebbe utile la rilettura del potente e sconvolgente romanzo 'Cristo fra i muratori' di Di Donato: accanto alla pietà per chi fugge dalla fame, aumenterebbe la consapevolezza della vergognosa ingiustizia di costringere le creature a lasciare famiglie e Paesi d’origine per poter in qualche modo sopravvivere: e anche della vergognosa ingiustizia di accettare il fenomeno dell’immigrazione illegale limitandosi a parlare d’integrazione con una sottintesa accusa di razzismo agli 'indigeni'. L’Italia, caro direttore, non è un Paese meticcio, dato e non concesso che questo sia un insulto e non una semplice constatazione sociologica, ma è un Paese dove non si distruggono le chiese e, anzi, si costruiscono moschee.
Cécile Kienge forse dovrebbe approfondire la conoscenza del Paese di cui è ministro. Distinti saluti
Anna Del Bene
 
Quando si ragiona, cari amici, si può farlo davvero su tutto. Anche su questioni che – ahinoi – in Italia, da qualche tempo, si tende ad affrontare solo (o, comunque, troppo) di pancia. Voi lo dimostrate, proponendo con serenità e civiltà di toni i vostri diversi pareri in tema di immigrazione e di regole per l’integrazione dei 'nuovi italiani'. E nessuno potrebbe sognarsi di liquidare le vostre annotazioni come 'razziste'. Detto questo, gentile signora Del Bene, non credo proprio che una simile accusa possa essere rivolta anche alla dottoressa Cécile Kyenge. Faccio fatica persino a pensare l’attuale ministro per l’Integrazione, nata congolese e diventata italiana per matrimonio e maternità (ma prima ancora, dico, per lungo studio e lavoro) come una persona 'razzista'. Anche solo a livello inconscio.
Ma so che non è neanche infallibile. E Marco Impagliazzo, a mio parere, ha spiegato con garbo e profondità sia gli errori della signora ministro (troppo concentrata sullo «ius soli», la cittadinanza acquisita solamente per il fatto di nascere in un dato territorio), sia quelli del professor Sartori (orripilato da ogni forma di «meticciato», lui che pure conosce a fondo e ha scelto di vivere e insegnare per 15 anni in un Paese come gli Usa che più «meticcio» non si può). Ovviamente, nemmeno noi di 'Avvenire' siamo infallibili, ma mi permetto di invitarvi entrambi, cari amici lettori, a non fare l’errore di pensare (o di accreditare, anche involontariamente, l’idea) che chi si batte per l’integrazione di coloro che sono venuti a lavorare e studiare tra noi e con noi sia automaticamente per la de-regolazione dei flussi migratori. È vero l’esatto contrario. Ma soprattutto teniamo sempre ben chiari i termini dei diversi problemi.
Tutti i nostri lettori sanno che un conto è l’immigrazione propriamente irregolare (che va controllata e scoraggiata con efficacia, ma anche con rispetto assoluto delle persone) e un altro è la richiesta d’asilo che arriva da uomini e donne in fuga dai loro Paesi a causa di guerre, persecuzioni o altre ingiustizie. Siamo in grado di distinguere, le regole che ci siamo liberamente e saggiamente dati lo impongono, e farlo è necessario. Così come è giusto delineare finalmente percorsi verso la cittadinanza italiana che incentivino, riconoscano e valorizzino l’oggettiva partecipazione dei 'nuovi italiani' alla nostra vicenda e alla nostra cultura nazionale. Il percorso più sensato e praticabile – l’ho già sottolineato diverse volte – è quello richiamato nella concretissima formula dello «ius culturae», caldeggiata alcuni mesi fa dall’allora ministro Andrea Riccardi, che può riguardare, con analoga intensità e diverse modalità, sia i figli di coloro che risiedono da tempo e da tempo lavorano nel nostro Paese, sia quegli stessi genitori.
Rinunciare a procedere su questa strada non sarebbe soltanto un errore, sarebbe un’ingiustizia e uno spreco d’umanità. Un rifiuto paragonabile a quello con cui spingiamo lontano dall’Italia (e, di fatto, dalla loro cittadinanza di nascita) troppi giovani italiani che cercano altrove lavoro e stabilità. Sono due facce della stessa medaglia in una terra che ancora non riconosce e non accoglie chi magari con pelle differente ma con identica dignità e speranza gli è (o gli è diventato) 'figlio'. Anche a mio avviso, è un’ingiustizia da sanare, ed è uno spreco, cieco e presuntuoso, da far finire.
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