mercoledì 4 dicembre 2013
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Gentile direttore, nelle scorse settimane la Rai ha mandato in onda uno sceneggiato che raccontava la vita di Adriano Olivetti, grande personaggio, come industriale e come uomo. I suoi dipendenti li considerava persone e rispettava la dignità di ognuno di loro. Purtroppo il suo esempio e quello di qualche altro – ricordo Marzotto – negli anni successivi è stato dimenticato e sostituito dal desiderio di arricchirsi sfruttando proprio le persone indispensabili al funzionamento delle loro attività. Poi l’introduzione dei vari contratti, che tutelano tutti tranne coloro che dovrebbero proteggere, ha fatto il resto, e tutto sotto lo sguardo svogliato e sonnolento di chi dovrebbe tutelare i lavoratori. Poi la crisi, studiata e creata ad hoc, ha completato la triste realtà che tutti stiamo vivendo. La considerazione che Olivetti nutriva e dimostrava per i propri dipendenti ora si è trasformata in disprezzo e ricatto: «C’è fuori un esercito di persone pronte a sostituirti a minor costo e con minori diritti». Non riesco più a sopportare la soddisfazione che traspare dal viso di chi parla così quando questa guerra tra poveri costringe a piegarsi al loro spregevole ricatto. Come si fa a restare indenni al senso di odio che si intrufola e si accumula dentro l’anima ogni volta che si devono inghiottire queste meschinità? È una sensazione che pur sforzandomi non riesco a cancellare, neanche dopo la confessione. Non mi sento più la coscienza a posto per potermi comunicare. Per darmi una ragione di vita mi sono inventato un vaccino: sono diventato "menefreghista" su tutto e tutti. Ma questo rimedio si sta dimostrando più grave della malattia che voglio curare. Forse sto perdendo anche la fede. Che fare? lettera firmata da VeronaCapisco le ragioni per cui lei, gentile amico, mi chiede di non firmare questa lettera. Meno l’idea che il menefreghismo possa essere «vaccino». Un bel lavarsene le mani, tirare a campare con amarezza non cura nulla, e fa anzi aumentare il male, anche quello che lei sperimenta in una situazione lavorativa irrispettosa delle persone e del senso stesso del fare impresa. Mi pare però che tutto questo lei lo abbia già capito bene, anzi lo abbia riscoperto. Mi permetto perciò di dirle: non si arrenda, ci provi ancora. Sproni e incalzi i sindacati, tenga testa a chi considera i lavoratori solo pedine meschine e intercambiabili, faccia ogni giorno ciò che deve con la competenza che lei solo ha, viva bene e contraddica, proprio così, chi pensa di poter vivere male e vorrebbe far vivere male gli altri, faccia rete con chi ha sentimenti simili ai suoi e la sua stessa dignità. Conservi la speranza, e la fede. Auguri sinceri.
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