venerdì 11 ottobre 2013
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Una premessa di metodo: come sbaglia chi pensa a provvedimenti generali di clemenza avendo in mente di salvare Silvio Berlusconi, allo stesso modo sbaglia chi esclude tali provvedimenti al solo fine di evitare benefici in suo favore. Cesare Beccaria diceva che «la clemenza e il perdono diventano meno necessari a misura che le pene divengono più dolci». E riteneva dunque «felice la nazione» in cui la clemenza potesse essere esclusa, come conseguenza della «dolcezza delle pene». Purtroppo, non siamo una «nazione felice». E il nostro sistema carcerario ha bisogno, ciclicamente, di interventi straordinari di clemenza. Ce lo dicono non solo la corte di Strasburgo, il capo dello Stato e il ministro della Giustizia ma tutti coloro (dai direttori di carcere ai volontari) che quotidianamente sono a contatto con la realtà penitenziaria.Se si leggono le sentenze con cui Strasburgo condanna l’Italia (sentenza Sulejmanovic del 2009 e Torreggiani del 2013) si vedrà che la Corte addebita al nostro sistema carcerario «trattamenti inumani e degradanti» non solo per la ristrettezza degli spazi a disposizione di ciascun detenuto, ma per la gestione ordinaria del carcere: eccessiva chiusura delle celle ed esclusione del detenuto da spazi comuni; mancanza di refettori, di opportunità lavorative e di studio; insufficiente ventilazione o illuminazione delle celle. In poche parole: la Corte europea dei diritti dell’uomo ci dice che la nostra principale violazione è di aver tradito la nostra legge. Una legge che già c’è: l’ordinamento penitenziario del 1975, che - in attuazione dell’art. 27 della Costituzione - prevede che il trattamento penitenziario debba «assicurare il rispetto della dignità della persona»; e a tal fine disciplina caratteristiche dei locali, igiene, trattamento sanitario, istruzione, lavoro, apertura verso la comunità esterna. Su questi punti noi siamo carenti. Non sempre: ci sono direttori di carcere (e questo giornale ne ha parlato) che, facendo salti mortali, riescono ad avere carceri con celle chiuse solo di notte, laboratori, palestre, corsi di studio, apertura alla società e all’università. Ma, accanto a queste realtà positive, abbiamo realtà infernali, che gli avvocati delle Camere penali e le associazioni che si occupano di carcere puntualmente denunciano.Su questa realtà devono incidere gli interventi strutturali chiesti dal presidente Napolitano: estensione delle pene alternative, ricorso al carcere come extrema ratio, effetto meno rigido della recidiva, attuazione della riforma del ’75, costruzione di nuove carceri. In particolare, abbiamo bisogno di carceri a "bassa sicurezza" e semi-aperte, in cui scontino la pena condannati a sanzioni lievi (e dunque con basso rischio di evasione) che possano essere ammessi al lavoro esterno (che, grazie alla recente legge n. 94 del 2013, può essere anche «volontario e gratuito»). Accanto a questi interventi strutturali potranno esserci provvedimenti eccezionali di clemenza. Imparando dagli errori del 2006. Quando un indulto forse troppo generoso (tre anni, invece dei due di tutti i precedenti condoni) non tenne conto che, grazie ai riti alternativi, una pena di tre anni viene oggi spesso inflitta anche per reati molto gravi e magari seriali; e dunque azzerò completamente la pena per fatti (rapine, furti in abitazione, spaccio non modesto di droga) che affliggono particolarmente i ceti più deboli. Errore aggravato dal fatto che questo generoso indulto non fu accompagnato (come è sempre avvenuto) da un’amnistia per i fatti meno gravi, che (cancellando il reato) avrebbe sfoltito i fascicoli pendenti nei tribunali. Con il risultato che i giudici dovettero lavorare inutilmente: celebrando processi che, in caso di condanna, infliggevano una pena che contemporaneamente veniva dichiarata condonata.Ultima annotazione: amnistia e indulto sono decisi dal Parlamento con maggioranza dei due terzi. Ogni legge di amnistia e indulto prevede reati a cui il provvedimento non si applica. E l’elenco dei reati esclusi è cambiato, di volta in volta, in considerazione della gravità dei fenomeni e della sensibilità dell’opinione pubblica del momento. È facile prevedere che, su questo punto, il confronto in Parlamento sarà aspro e tutti possiamo immaginare perché. La strada verso l’amnistia è dunque in salita. Anche per questo, gli interventi «strutturali» suggeriti dal presidente Napolitano appaiono ancora più indispensabili: perché segnerebbero l’inizio di una nuova fase e renderebbero amnistia e indulto socialmente più accettabili.
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