Calpestare pane calpestare umanità
giovedì 4 aprile 2019

È una Roma lontana da piazza Navona e dalla fontana di Trevi, è una Roma che i turisti non vedono, e nemmeno i parlamentari riuniti a Montecitorio e a Palazzo Madama. È una periferia esausta quella di Torre Maura, a est della città: palazzi popolari fatiscenti, strade sporche, pensionati che tirano avanti con 500 euro al mese.

Qui l’altra notte è divampata una battaglia con auto incendiate e minacce, polizia schierata, e insulti: perché nel Centro di via Codirossi erano state trasferite settanta persone nomadi. Qualcuno del quartiere se ne è accorto, la voce è girata rapida, in trecento cittadini hanno assediato i cancelli della struttura. Il malcontento accumulato in anni di disagi e trascuratezza è scoppiato in un’ira incontenibile verso i nuovi arrivati, gli zingari, i «ladri». «Dovete morire di fame», urlavano. Le immagini testimoniano la furia, sapientemente attizzata da esponenti di Casa Pound e Forza Nuova frammisti agli abitanti del quartiere. Quel genere di furia in cui gli individui si perdono nel branco, e possono fare e dire cose che da soli non farebbero e non direbbero.

«Devono bruciarvi vivi», urla rauca in un video la voce di un uomo che non si vede: come buttasse benzina sul fuoco. A Torre Maura circondano una madre rom con un bambino in braccio, rovesciano una cassa di panini destinati alla cena dei nomadi. Ci vanno sopra, e calpestano quel pane sull’asfalto, rabbiosi, «così quelli non mangiano», gridano. Al Campidoglio, nella notte, per allentare la tensione cedono, e annunciano il prossimo trasferimento degli ospiti. Fra cui ci sono 33 bambini e 22 donne, tre delle quali prossime al parto. Una guerra fra poveri e ultimi, fra poveri e 33 bambini. Che chissà con quali occhi hanno guardato, dalle finestre della struttura in cui erano stati accolti, le fiamme che si levavano attorno.

Una lezione di paura e di odio, già impressa in mente. E poi, quel pane. Il gesto del calpestare il pane, come fosse immondizia: «Così non mangerete». A Roma, Italia. Un Paese in cui molti hanno ancora la memoria del pane come cosa sacra, che, se avanza, non si butta, mai: si riutilizza, e magari le briciole vanno ai passeri, sui davanzali, ma non nei rifiuti.

Il pane non si butta: quasi tutti abbiamo ancora il ricordo di nonni e madri che bruscamente proibivano, nello sparecchiare la tavola, che si sprecasse il pane. Come se ci fosse in quello spreco un disprezzo del lavoro degli uomini, e una irrisione della fame; e quasi una tacita bestemmia. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, recita il Padre Nostro, e pure in una troppo ampia dimenticanza della fede cristiana rimane fra noi ancora, almeno negli adulti, e in non pochissimi giovani, la consapevolezza che il pane non è un cibo come gli altri, che il pane è cosa da trattare con religioso rispetto.

Per questo le immagini da Roma colpiscono come un pugno. Minacce aggravate da odio razziale, è l’ipotesi su cui indaga la Procura, mentre il ministro dell’Interno condanna l’accaduto, misurando come raramente accade le parole, senza eccessiva indignazione, e intanto promette per la fine del suo mandato «zero campi rom» – giacché ogni occasione è buona per questa continua, sfinente campagna elettorale. Ma al di là delle parole di giudici o ministri è la faccia segnata di quella madre rom accerchiata a restarci in mente, è quel pane che dei poveri hanno calpestato, l’altra sera a Torre Maura, perché non andasse a dei più poveri di loro. Un segno di imbarbarimento in questa Capitale sporca e trasandata.

Splendida in ogni pietra del passato, e così degradata nelle periferie dell’oggi: quasi che si fosse perso il senso del vivere insieme. Su questo malessere ormai di vecchia data soffia ora un vento che gonfia la rabbia e l’intolleranza. L’humus perfetto per promettere «ordine». Non avendo a cuore né gli inquilini degli scalcinati palazzi di Torre Maura, né tantomeno quei settanta scacciati, ma solo un proprio disegno di potere. E quanti, attorno, che applaudono. Il pane calpestato come l’icona, allora, di uno smarrimento di vita, di una smemoratezza di radici e speranze comuni.


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