venerdì 20 febbraio 2015
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Sette anni di crisi e di iper-rigorismo contabile hanno finito più che per realizzare la profezia di Peter Glotz sulla trasformazione dell’Occidente in «società dei due terzi» per superarla. Perché a un terzo di popolazione in povertà corrisponde solo una quota minoritaria di super-ricchi, mentre in mezzo sta un vasto ceto (ex) medio sempre più compresso verso il basso e a rischio esso stesso. Quasi che il sociologo e politico tedesco abbia sbagliato per eccesso e si debba parlare oggi al contrario di una "società di un terzo", o forse meno, di protetti. La coincidenza, ieri, fra la presentazione del rapporto Caritas sulla povertà in Europa e la pubblicazione del ritratto "Noi Italia", elaborato dall’Istat, proietta un’immagine del nostro Paese non solo in difficoltà congiunturale, ma in crisi strutturale. E che perciò necessita di risposte altrettanto strutturali sul piano sociale e non solo strettamente economico.Il dato più eclatante riguarda infatti quello del rischio povertà ed esclusione sociale. Se la media europea, già alta, è di un cittadino su quattro, in Italia e negli altri sei Paesi più deboli del Continente (Portogallo, Spagna, Grecia, Irlanda, Romania, Cipro), si arriva quasi a un cittadino su tre. Un terzo della popolazione è povero o a rischio di povertà. In gran parte si tratta di disoccupati, ma non sono pochi neppure quelli che pur avendo un’occupazione non ne ricavano abbastanza per sé e la propria famiglia o presentano altre difficoltà di ordine sociale. In Italia le cifre assolute parlano di oltre 10 milioni di persone in condizioni di povertà relativa e 6 milioni di cittadini, pari al 7,9% delle famiglie, già in povertà assoluta, privi cioè di standard di vita accettabili. A queste cifre vanno poi aggiunti altri dati non meno preoccupanti, come i 2,5 milioni di giovani che non studiano né lavorano, un quarto della popolazione tra 15 e 29 anni. E soprattutto quelli della mutazione già prodottasi nella nostra struttura demografica, con il record negativo di nascite dall’unità d’Italia e una popolazione con 154 anziani ogni 100 giovani.Di fronte a questa drammatica fotografia, l’azione del governo che ha impresso una notevole accelerazione al cambiamento – salutata ancora ieri dall’Ocse come «necessaria» e «coraggiosa» – risulta monca sul piano sociale in almeno tre ambiti: l’occupazione, la famiglia e la povertà appunto. La netta discontinuità progettata nel mercato del lavoro – con la maggiore facilità di licenziamento e la revisione delle forme contrattuali – se non accompagnata da un effettivo ampliamento degli ammortizzatori sociali e delle strategie attive per la ricollocazione dei lavoratori rischia infatti di produrre più disoccupati e maggiore discontinuità nei redditi, che non nuovi occupati e crescita dei salari. Così pure una riforma fiscale che si occupi solo di abbassare il costo del lavoro e prevedere sconti per chi "sbaglia" (cioè evade) – senza invece porre mano alle iniquità che gravano sulla famiglia – difficilmente potrà favorire un incremento dei consumi interni e la sperata inversione di tendenza sul piano demografico. Soprattutto, appare non più rinviabile l’adozione di una strategia nazionale di lotta alla povertà con l’istituzione di un vero reddito d’inclusione. Assieme alla Grecia siamo gli unici Paesi a esserne privi e da noi stenta a partire persino la sperimentazione della nuova "Social card disoccupati" che da gennaio scorso avrebbe dovuto assicurare fino a 400 euro al mese e una serie di servizi sociali a chi, al Sud, non ha lavoro e ha figli minori. Ma senza un minimo vitale e strumenti per uscire dalla miseria, si rischia di alimentare una spirale negativa proprio come quella in cui è intrappolata ora la Grecia.L’Italia è diventato un Paese di acrobati, in difficile equilibrio sul trapezio della trasformazione. Che ha bisogno certo di una bella spinta per volare alto, come il premier Renzi sta cercando di fare. Ma anche di poter contare su nuove e più efficaci reti di protezione. Per evitare che una difficoltà – la perdita del lavoro, una disabilità... – si trasformi in tragica caduta. Ha necessità di servizi pubblici che correggano le forti diseguaglianze di partenza fra i cittadini e fungano da ascensore sociale. Ha l’urgenza, insomma, di tornare a progettare e investire su un nuovo (anche statale, ma non più solo statale) welfare. Perché senza inclusione non c’è sviluppo.
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