venerdì 31 luglio 2009
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Sfidando l’accusa di scadere nella demago­gia a buon mercato, osiamo consigliare ai 630 deputati di Montecitorio, da oggi ufficial­mente in ferie per un mese e mezzo, di portar­si dietro un piccolo e istruttivo «compito per le vacanze»: l’esame delle 11 paginette diffuse ie­ri dall’Istat, con le statistiche sulla povertà in I­talia nel 2008. Sacrificando poco più di mezz’o­ra del loro riposo, potranno farsi un’idea abba­stanza precisa di quanto la crisi stia pesando sulle famiglie e, in generale, sulle fasce più de­boli del Paese. E chissà che qualcuno di essi non decida di rimettere le mani sulla sua per­sonale agenda delle emergenze d’autunno. Al loro posto non ce la sentiremmo, in effetti, di chiudere frettolosamente quella lettura e di passare oltre con una scrollata di spalle. È ve­ro, dalle cifre complessive (un po’ simili alle fa­mose «medie» trilussiane!) emerge una so­stanziale stabilità del disagio sociale: dall’ 11,1 per cento di ' relativamente poveri' del trien­nio 2005- 2007, siamo passati all’ 11,3. Con l’ac­cidente di crisi mondiale che stiamo affron­tando, dirà qualcuno, poteva andare anche molto peggio. Però già la lettura dei numeri ef­fettivi suggerisce tutt’altra impressione. Perché si tratta pur sempre di otto milioni e più di ita­liani, racchiusi in 2 milioni e 737mila famiglie. Se poi ci soffermiamo sui poveri definiti ' asso­luti', quelli che se la passano davvero male (o, come dicono a via Depretis, non riescono « a conseguire uno standard di vita minimamen­te accettabile») anche la «musica» statistica co­mincia a cambiare. Dopo tre anni attorno al 4­4,1 per cento, l’esercito dei senza speranza è balzato l’anno scorso al 4,6. Come dire che qua­si un italiano su venti è ormai stabilmente in­serito nel girone dei «dannati sociali», com­prendente secondo l’Istat 2 milioni e 893mila unità, per un milione e 126mila nuclei dome­stici. Accanto alla lettura consigliata, ci permettiamo inoltre di suggerire agli onorevoli parlamenta­ri tre modeste considerazioni. La prima può perfino suonare banale: i dati in discussione si riferiscono al 2008 e tutto lascia ritenere che, a questo punto del 2009, qualche altra non tra­scurabile fetta di nostri connazionali sia anda­ta a ingrossare le file dei più sfortunati. Allo stesso modo, non è pensabile che, di qui alla fi­ne dell’anno, si possa determinare un’inver­sione di tendenza significativa, con flussi di po­polazione in risalita sociale. Converrebbe dun­que immaginare un qualche rimedio al più pre­sto, senza aspettare l’indagine Istat dell’anno prossimo che certifichi la scontata evoluzione negativa del fenomeno. Secondo spunto di riflessione. Sono giornate, queste, rese politicamente roventi dal dibatti­to sulla necessità di una nuova attenzione al Mezzogiorno. Varrà la pena allora approfondi­re le cifre sulla povertà, disaggregandole proprio in chiave territoriale. Ed emergerà a quel pun­to che i segnali di smottamento, nei dodici me­si scorsi, sono molto più preoccupanti nel Sud. Si sapeva ad esempio che in quest’area del Pae­se l’aliquota di poveri è ben oltre la media na­zionale. Ma adesso la quota di famiglie meri­dionali in seria difficoltà è balzata dal 22,5 al 23,8 per cento. E quella degli indigenti assolu­ti sfiora l’ 8 per cento, contro il 5,8 del 2007. C’è da chiedersi come sia possibile immaginare u­na più efficace e organica politica per il Mez­zogiorno ignorando questa evoluzione del tes­suto sociale. O magari illudendosi di scioglie­re i nodi con risposte politicistiche come il co­siddetto «partito del Sud». L’ultima considerazione incrocia «l’allarme po­vertà» con il cronico 'allarme famiglie', che del resto anche l’evidenza dei numeri fa nuova­mente risaltare. Come già più volte denuncia­to, anche questa volta l’Istat documenta che a fare le spese dell’appesantimento dei bilanci e­conomici sono in misura più che proporzio­nale i nuclei numerosi e quelli con figli minori o anziani a carico. Così, per le famiglie di quat­tro persone, l’area della povertà si è estesa in un anno dal 14,6 al 16,7 per cento. Per quelle di cinque o più componenti, è schizzata dal 22,4 del 2007 al 25,9 per cento. Se poi questa fami­glia ha tre figli piccoli e abita al Sud, ha quasi 2 probabilità su cinque di entrare in zona mina­ta ( 38,8 per cento di povertà relativa). Che cos’altro serve, quali altre 'eloquenze' nu­meriche occorrono ai nostri governanti per da­re finalmente una sterzata alle politiche di wel­fare, ricentrandole seriamente sulla famiglia e ponendo così le premesse, prima per il conte­nimento, poi per un recupero via via più con­sistente della stessa marginalità sociale?
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