lunedì 14 agosto 2017

Ci sono volute quarantott’ore, ma alla fine Donald Trump ce l’ha fatta: ha pronunciato le parole che tutti, in patria e altrove, si aspettavano dal presidente degli Stati Uniti dopo i fatti di Charlottesville, in Virginia. Le parole, andrà aggiunto, che altri avevano pronunciato prima di lui con istintiva chiarezza. Il senatore John McCain, per esempio, eroe di guerra e figura storica per i repubblicani, l’uomo che nel 2008 aveva accettato con memorabile eleganza istituzionale la sconfitta nella corsa alla Casa Bianca («Finora Barack Obama è stato il mio avversario – aveva detto –, adesso è il mio presidente») e al quale, negli ultimi giorni, lo stesso Obama ha restituito l’omaggio, sostenendolo pubblicamente nella sua battaglia contro il cancro.


Sabato, dunque, McCain non aveva perso tempo. «I suprematisti bianchi non sono patrioti, sono traditori», aveva scritto su Twitter, con la perentoria semplicità che invece era mancata nella dichiarazione ufficiale di Trump, troppo impegnato a denunciare la violenza che minaccia l’America «da molte parti» per riuscire a prendere le distanze dal rinascente estremismo di destra. Quella del suprematismo è una realtà non facile da decifrare, un arcipelago di gruppi e gruppuscoli variamente tutelati o tollerati dalle varie legislazioni statali degli Usa, ma comunque accomunati da risentimento sociale, intolleranza religiosa e razziale, rivendicazione della violenza come strumento legittimo per la difesa degli interessi propri e della nazione. Negli anni Novanta, prima che gli attentati dell’11 settembre 2001 spostassero il baricentro del terrore su al-Qaeda e derivati, era a questo "nemico interno" che si guardava con particolare preoccupazione. La storia ha poi preso il verso che sappiamo, ma la visione delirante degli estremisti non è andata perduta. È uscita sempre più dalla sfera della rappresentazione pubblica, semmai, fino a quando l’appello di Trump ai "dimenticati d’America" non le ha fornito una sia pur indiretta legittimazione.


Non tutti gli elettori dell’attuale presidente sono da considerare suprematisti, è chiaro, ma ciò non toglie che Trump sia il solo presidente per il quale, da molto tempo a questa parte, perfino un suprematista può aver ritenuto ragionevole votare. Si tratta della più pesante tra le ipoteche che gravano oggi sulla Casa Bianca e che purtroppo la confusa dichiarazione di sabato non aveva fatto altro che aggravare, costringendo un’anonima fonte dell’amministrazione a correggere almeno parzialmente il tiro nella giornata di domenica: il presidente ha condannato ogni forma di violenza, era il senso della rettifica, il che comprende "ovviamente" l’estrema destra.


Troppo poco? Sì, troppo poco, anche perché ancora ieri, prima di presentarsi davanti alle telecamere per quello che può essere considerato il suo primo vero discorso da presidente, Trump aveva ulteriormente complicato la situazione giocherellando con il suo account Twitter privato, @realDonaldTrump, riservato alle scaramucce bandite dall’ufficiale @Potus reso celebre dal predecessore Obama (un doppio passo evidente, tra l’altro, anche nella gestione mediatica della crisi con la Corea del Nord).


Ieri, finalmente, il presidente ha parlato da presidente, deprecando senza appello ogni espressione di odio, razzismo e intolleranza, chiamando direttamente in causa Ku Klux Klan e neonazisti, annunciando che a Charlottesville i suprematisti sono, fin d’ora, sul banco degli imputati. Ha espresso cordoglio per la vittima dell’attentato, la trentaduenne Heather Heyer, e ha elogiato gli agenti Jay Cullen e Berke M.M. Bates, morti in un incidente aereo collegato agli scontri. Ha promesso giustizia e invocato, un po’ genericamente, il trionfo dell’amore su ogni divisione. Non avrà accontentato tutti, ma se non altro ha in parte smorzato le accuse di chi, come il premio Nobel Paul Krugman, sostiene che l’americanismo di Trump sia quanto di più antiamericano si possa immaginare. Fosse stato pronunciato due giorni prima, il discorso avrebbe avuto un’eco diversa. Adesso quel che più colpisce è, nonostante tutto, il fatto che sia stato così tardivo.


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