lunedì 23 febbraio 2015
​Con il decreto sulle banche popolari il Governo e i “regolatori” progettano di ridurre la diversità corrente e futura delle forme d’impresa bancaria stabilendo che entro 18 mesi le Popolari con attivi al di sopra di 8 miliardi di euro devono convertirsi in società per azioni abbandonando il voto capitario. Continuiamo a non capire perché il governo italiano, piuttosto che muovere verso il modello della “vongola a taglia unica”, si adoperasse per l’adozione di un testo unico bancario europeo che raccolga la sfida della ricchezza delle diverse forme organizzative, consentendo a ciascun istituto la libertà di scegliere la forma preferita tra quelle che nell’Unione Europea hanno dimostrato di saper vincere la sfida del mercato sopravvivendo e crescendo pur in questi anni così difficili. Un’impostazione di questo tipo penalizzerebbe molto meno la biodiversità bancaria, che è fattore fondamentale di resilienza del sistema e sarebbe molto meno dissonante con la prassi europea. Guardando alle varie Rabobank, Pohjola, Credit Mutuel, Credit Agricole, Credit Cooperative e alle Volksbanken e Raffeisenbank scopriamo che esistono diverse fogge di banche a voto capitario sopra e sotto la soglia degli 8 miliardi di attivo in Francia, Olanda, Finlandia, Germania e Austria, oltre che in molti altri Paesi extraeuropei. Molte di queste realtà nascono dalla costruzione di un sistema di garanzie di rete tra piccole realtà locali che progrediscono talvolta nella costituzione di veri e propri gruppi integrati. Proponiamo che il legislatore italiano offra alle Popolari anche l’opportunità di seguire questi modelli, non abbandonando il voto capitario. Dimostrando verso i più di due milioni di soci della cooperazione bancaria un’attenzione non inferiore a quella di Angela Merkel che, di fronte a performance peggiori delle nostre, ha ricapitalizzato con centinaia di miliardi di fondi pubblici le banche popolari tedesche considerate un capisaldo dell’economia sociale di mercato.Come è noto, la ratio del provvedimento risponde a una preoccupazione legittima e rilevante espressa con chiarezza dai regolatori italiani: di fronte al rischio di improvviso deterioramento dei loro bilanci gli intermediari bancari devono essere in grado di reperire rapidamente capitali freschi per evitare che i coefficienti di patrimonializzazione usati per valutare l’affidabilità di una banca finiscano sotto i livelli di soglia. La regola del voto capitario (una persona, un voto) sarebbe a questo proposito d’impaccio perché rende quest’operazione più difficile. E il motivo è che la propensione ad acquisire quote di capitale di una società dipenderebbe dalla possibilità di controllare tale società. Le banche a voto capitario come le Popolari sarebbero scarsamente contendibili proprio a causa del voto capitario che elimina la proporzionalità tra entità dell’impegno di un soggetto nella capitalizzazione della banca e quota di voti posseduta. Quest’impostazione però trascura il fatto che i maggiori rischi di crisi finanziaria negli ultimi decenni nascono da banche Spa e non da banche a voto capitario. E non a causa dell’aumento repentino dei prestiti deteriorati, ma per perdite in conto capitale legate al portafoglio derivati. Inoltre è proprio vero che le banche Spa hanno questa capacità di reperire in fretta capitali freschi, più di quelle a voto capitario, nei momenti di crisi? L’ultimo episodio della ricapitalizzazione di Mps da parte del Tesoro con 5 miliardi (dopo i Tremonti bond) dimostra che la crisi della banche Spa toscana perdura da anni senza che afflussi di capitale fresco dal mercato abbiano raddrizzato la situazione. Siamo poi sicuri che sia proprio la contendibilità ciò che i capitali freschi vogliono, oppure bastano (e sono decisive) le prospettive di rendimento? Anche all’estero in tutte le situazioni più difficili per salvare banche Spa in crisi per cattiva gestione del portafoglio derivati, la capacità di reperire capitali freschi sul mercato non è bastata ed è stato necessario l’intervento pubblico sotto diverse forme (piano Tarp negli Stati Uniti, intervento Tremonti per passare dal valore di mercato al valore di libro nella valutazione dei derivati fino a vere e proprie statalizzazioni ancora in corso come quella della Royal Bank of Scotland nel Regno Unito). Voto capitario e rapide ricapitalizzazioni sono inoltre possibili proprio se guardiamo a strumenti recentemente varati dalle Bcc su invito di Bankitalia come quelli che prevedono per determinati soggetti istituzionali la possibilità di sottoscrivere “azioni di finanziamento” per rafforzare il capitale in caso di crisi. Potrebbero essere adottati anche per le Popolari. È infine opportuno andare più a fondo del problema domandandosi se l’attuale concezione regolatoria di rischio bancario sia adeguata o non ci stia facendo precipitare nel circolo vizioso delle austerità gemelle (fiscale e regolatoria) dove il deterioramento del credito dovuto alla recessione e l’inasprimento dei coefficienti patrimoniali sono una doppia tenaglia che riduce la capacità delle banche di finanziare gli investimenti. I mille fiori della libertà delle forme bancarie europee, invece della “vongola a taglia unica”, sembrano essere una risposta molto più intelligente e meno riduzionista a questo problema.
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