giovedì 2 novembre 2017

La strage compiuta dall’uzbeko Sayfullo Saipov nel cuore di New York è solo l’ultimo episodio di un periodo tra i più bui della nostra lunga lotta contro il terrorismo islamista. Dove il “nostra” non riguarda solo gli Usa, che patiscono molte morti violente ma quasi sempre per altre ragioni, e nemmeno l’Europa, pure così provata negli ultimi anni, ma il mondo intero e quella grande maggioranza della popolazione mondiale che rifiuta il fanatismo violento.

Nell’Occidente, e in particolare negli Usa, delle opinioni pubbliche coscienti e dei media pervasivi la giusta risonanza di certi drammi diventa subito enorme e tale da oscurare l’orizzonte. Ma basta alzare gli occhi per rendersi conto che ci troviamo di fronte a un problema planetario. Quattro giorni fa gli islamisti somali di al-Shabaab hanno ucciso 13 civili nel cuore della capitale Mogadiscio. Dieci giorni fa, i kamikaze del Daesh hanno provocato 70 morti in due moschee sciite in Afghanistan. Quindici giorni fa, ancora a Mogadiscio, un camion bomba ha sterminato oltre 300 persone, nella più grande strage del terrorismo contemporaneo dopo quella delle Torri Gemelle del 2001. Pochi mesi fa, quando la città irachena di Mosul è stata liberata dal califfato nero jihadista, sono state rinvenute fosse comuni con i corpi di oltre 500 civili. Nel 2017, comunica l’Onu, l’esercito islamista Boko Haram, che opera in Nigeria, ha immolato 83 bambini (quattro volte più che nel 2016) usandoli come kamikaze, cioè mettendo loro addosso l’esplosivo e facendoli poi esplodere in piazze, mercati e altri luoghi affollati. Nel 2016, è l’Unicef questa volta a dircelo, si è avuto in Afghanistan il record di vittime civili dall’attacco contro i talebani del 2001, e il 2017 promette di concludersi anche peggio.

Questa è la versione breve di una rassegna che potrebbe essere molto più ampia. Basta però a ribadire che quello del terrorismo è un problema globale, che riguarda tutti i popoli e tutti i governi e non questo o quel mondo, questa o quella civiltà. È chiaro quindi che la risposta dev’essere altrettanto globale. Siamo certi, noi Europa, noi Usa, noi comunità dei Paesi economicamente, tecnologicamente e militarmente più avanzati, di fare tutto ciò che è in nostro potere per neutralizzare l’azione degli Stati che offrono al terrorismo sostegno economico, supporto logistico e ispirazione politico-religiosa? Siamo pronti a rinunciare almeno in parte ai denari che arrivano da quegli stessi Paesi, fin troppo spesso nostri compagni d’affari e non solo?
E ancora: la collaborazione internazionale, lo scambio di informazioni, l’aiuto reciproco sono davvero sviluppati come ci sentiamo ripetere? L’alleanza militare occidentale è impiegata nel modo più proficuo e secondo priorità davvero sempre umanitarie? Il sostegno che offriamo a realtà come quella della Tunisia, il Paese più tormentato dall’islamismo radicale (7mila foreign fighters censiti su una popolazione di soli 11,5 milioni di persone) e nello stesso tempo il più coraggioso sulla via dello sviluppo democratico, è abbastanza forte e deciso?
Nello stesso tempo, il terrorismo globale ha mostrato di sapersi adattare con micidiale astuzia alle situazioni locali. In molti casi ha sfruttato crisi già latenti o conclamate: pensiamo all’Iraq, alla Siria, alla Nigeria divisa a metà tra cristiani e musulmani, alla Somalia disintegrata dalle lotte tribali, al Mali della rivolta tuareg infiltrata dagli islamisti, all’Asia delle infinite povertà e dei contrasti etnici, l’ultimo quello in Birmania con la minoranza musulmana dei Royinga.

In altri, ed è appunto il problema che l’Occidente si trova ad affrontare, ha inventato forme nuove e specifiche di attacco. L’Europa e ora anche gli Usa sono minacciate dai “lupi solitari”, persone comuni che si trasformano in assassini seguendo poche regole di base e usando strumenti della vita quotidiana come, appunto, i camion e le automobili. Qui bisogna fare attenzione. Chi ha colpito a New York, e prima ancora a Barcellona, Londra, Manchester, Nizza, Parigi, viveva tra noi da molto tempo, era discretamente inserito, aveva documenti in regola. Soprattutto, non è arrivato qui già terrorista ma è diventato terrorista qui. Chi e che cosa lo ha radicalizzato? Dove? In che modo? Rispondere a queste domande è, oggi, il vero campo di battaglia. Le tesi fantasiose sui terroristi imbarcati sui barconi dei migranti (quindi disposti a morire in mare o a restare bloccati per un anno o due in un centro di accoglienza) o lo spauracchio di orde di foreign fighters di ritorno dalla Siria servono invece quasi solo a distrarci.


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