venerdì 13 marzo 2015
Il percorso è ora tutto in discesa: dieci banche popolari italiane diventeranno nei prossimi mesi società per azioni. Dovranno giocoforza rinunciare alla forma cooperativa con cui sono nate e cresciute (alcune di loro, per la verità, quotandosi in Borsa già si erano avviate verso la mutazione, altre no e la differenza è di peso). Il decreto in materia ha incassato l’approvazione della Camera e passa al Senato per la seconda e probabilmente ultima lettura. Meglio essere realisti: non ci sono a questo punto grossi margini di manovra, né tecnici né politici, per correggere il tiro. Sulla rinuncia a una diversità delle forme bancarie che aumenta la resilienza dei sistemi e la loro capacità di superare le crisi molto è stato scritto su queste colonne. Ma i contraccolpi del provvedimento potrebbero risultare tutt’altro che favorevoli anche in una prospettiva "di mercato".Il testo uscito dalle Commissioni Finanze e Attività Produttive contempla infatti – è questo, in pratica, l’unico emendamento accolto – un regime transitorio di governance: le assemblee chiamate a deliberare la trasformazione in Spa potranno introdurre, con una maggioranza inferiore a quella attualmente prevista dal Codice civile, un tetto al 5% dei diritti di voto per al massimo 24 mesi. L’obiettivo è quello di evitare scalate ostili, magari dall’estero, favorendo invece le aggregazioni interne. Se questo, come più volte ribadito, è il vero intento del governo e di chi ha ispirato la riforma, ebbene, i conti potrebbero essere stati fatti senza l’oste. E l’oste è proprio l’osannato mercato.Il tetto del 5% preserverà infatti le banche da eventuali assalti stranieri per massimo due anni. Da società cooperative, poi, le dieci popolari diventeranno delle "public company" con un capitale diffuso o meglio polverizzato fra migliaia di risparmiatori. Piccoli ex soci cooperativi che non conteranno più in assemblea per la loro "testa", come prevede il voto capitario, ma per il numero di azioni possedute. I nuovi azionisti non si sentiranno cioè più parte di una realtà cooperativa in cui il "valore" delle quote va oltre quello esclusivamente monetario e comprende anche un bene intangibile come l’appartenenza, un legame storico e in taluni casi ancora mutualistico con la propria banca. Si sentiranno quindi più che mai legittimati, i piccoli ex soci capitari, a vendere quote al miglior offerente. Ma quali dovrebbero essere gli ingenti capitali domestici pronti a riversarsi sulle banche popolari? Quelli dei "capitani coraggiosi" che non ce l’hanno fatta a salvare Alitalia? O quelli custoditi dalle Fondazioni bancarie che hanno però appena firmato un accordo con il Tesoro per diversificare ulteriormente i loro investimenti e sganciarsi dall’abbraccio – in alcuni casi ancora troppo stretto – con il mondo delle banche? Restano i grandi gruppi assicurativi, certo. Ma non passa giorno che qualche società di rating non rimproveri ad esempio alle Generali di avere "troppa Italia" in tasca. La riforma potrebbe favorire aggregazioni fra popolari e creare un nuovo soggetto di livello europeo, continuano a sostenere i promotori dell’intervento "a gamba tesa". Come se Ubi Banca e Banco Popolare, per citare le due più grandi "riformande", a partire dalla quotazione, non ci avessero pensato da sole. Creando negli ultimi anni, attraverso processi di integrazione e fusione, due colossi da oltre 130 miliardi di attivi cadauna. Giganti cooperativi in grado di superare brillantemente i temutissimi "esami europei": Ubi ha mostrato un avanzo di capitale da 1,7 miliardi, il Banco ha registrato la quarta eccedenza per valore, quasi 1,2 miliardi, dopo Intesa, Unicredit e la stessa Ubi. In entrambi i casi sono stati i soci con il loro "una testa un voto" a scegliere come far crescere la loro banca popolare. E a trovare le risorse. Le prossime aggregazioni le deciderà invece il mercato. Anche per due popolari che non avevano scelto di approdare in Borsa. Non è detto – anzi, tutt’altro – che l’oste sia di casa. E disponendo delle risorse necessarie, che sia una grande banca, un fondo d’investimento o addirittura un hedge fund, sarà ben felice di assaggiare una fetta del cospicuo risparmio delle famiglie italiane. Magari nell’ottica tipicamente speculativa del mordi e fuggi, una strategia d’investimento per la quale il legame con il territorio non è certo un valore.
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