sabato 1 luglio 2017
Le storie di Susie e Nick tra contratti a zero ore e voglia di stare più tempo con i figli. La minore stabilità dei dipendenti li porta a ridimensionare il valore attribuito al lavoro
A fianco la famiglia di Nick: «Quei primi sei mesi di vita di mio figlio non sarebbero tornati mai più ed era importante per me trascorrerli insieme»

A fianco la famiglia di Nick: «Quei primi sei mesi di vita di mio figlio non sarebbero tornati mai più ed era importante per me trascorrerli insieme»

Susie e Nick, british con lauree diverse. In musica Susie, che doveva essere insegnante ed è finita a lavorare come manager in una multinazionale di informatica; in ingegneria meccanica Nick. Stessa generazione, quarantenni, con un tratto in comune alla stragrande maggioranza dei cittadini del Regno Unito: il lavoro fisso, sicuro, che non c’è più. È il paradosso, o forse no, del mercato del lavoro in Gran Bretagna che il mese scorso ha registrato il livello più basso di disoccupazione – appena il 4,5% – dal 1975, ma in cui il licenziamento è sempre dietro l’angolo. Tanto che tra marito e moglie occorre essere intercambiabili in tutto: lavori domestici, cura dei figli e soprattutto mantenimento della famiglia, perché lo richiede il sistema economico nel quale si vive.

Quando a casa rimane il marito lo stipendio lo guadagna la moglie e viceversa e il problema non è come inserirsi in 'quell’azienda così sicura' ma come costruirsi un portfolio di esperienze e competenze che consenta di trovare subito un nuovo lavoro appena si è perso quello vecchio, perché è ciò che avverrà. Così si impara – missione non facile – a tenere sempre un occhio su nuove opportunità anche mentre si è impiegati e si ridimensiona, paradossalmente, proprio perché così insicuro, il significato e il valore del lavoro stesso. Se una volta si provava verso l’azienda, dove si trascorreva una intera vita lavorativa, un profondo attaccamento e ci si sentiva quasi dei traditori ad andarsene, oggi ad occupare il centro degli affetti sembra essere tornata la famiglia, quei legami che, unici, rappresentano un saldo punto di approdo nella grande tempesta di un mercato così instabile. Le storie di Susie e Nick sono emblematiche. Nick, 43 anni, dottorato di ricerca in ingegneria meccanica a Sheffield e una lunga esperienza commerciale, superqualificato, ha fatto una cosa inimmaginabile fino a poco tempo fa: si è licenziato quando la moglie Wendy aspettava il secondo bambino. Certo l’ha fatto dalla posizione privilegiata di chi ha sempre qualche proposta di lavoro e non è mai stato disoccupato a lungo, ma la paura di perdere il ruolo di breadwinner, di sostegno principale alla famiglia, così importante per l’identità maschile, l’ha provata, fortissima, anche lui.

«È stato difficilissimo. Sentivo, dentro di me, quel messaggio antico che mi diceva che è l’uomo che deve portare a casa lo stipendio e, licenziandomi, mi comportavo da egoista e mettevo a rischio la mia famiglia. In fondo mi sono laureato nel 1994, quando attraversavamo una dura recessione, e ho fatto un dottorato di ricerca proprio perché non riuscivo a trovare un buon lavoro», spiega. «Qualsiasi cosa sarebbe potuta succedere. Magari mezzo milione di ingegneri sarebbero arrivati dall’India e il mercato del lavoro sarebbe cambiato improvvisamente e sarebbe poi stato impossibile rientrare. Certo – continua – io e mia moglie abbiamo sempre risparmiato. È la nostra rete di protezione dall’insicurezza del mercato. Abbiamo risparmi sufficienti per vivere per un periodo ragionevole prima di trovare un nuovo impiego se rimaniamo senza lavoro».

Con quella somma da parte Nick avrebbe potuto comprarsi una bella automobile e tenersi il suo lavoro, investendo magari anche nella pensione, ma «quei primi sei mesi di vita di mio figlio non sarebbero tornati mai più ed era importante per me trascorrerli con mia moglie Wendy, il neonato Nye e mia figlia più grande Bronwyn», dice, «e dimenticare per un attimo il lavoro, avere tempo per noi, fare tutto con la lentezza giusta, senza essere sempre sovraccaricati, stanchi e stressati». «Avevo letto che il dispiacere più grande degli uomini, quando sono in punto di morte, è di aver trascorso troppo tempo al lavoro e non sufficiente con la loro famiglia e non volevo che capitasse a me. Non volevo perdermi l’infanzia dei miei figli – spiega ancora Nick –. Non mi sono mai pentito e quei sei mesi di vita della mia famiglia sono uno dei ricordi più belli». Alla fine tutto è andato per il meglio. L’impresa, che fa consulenza alle diverse società che, in Gran Bretagna, operano nelle ferrovie privatizzate, anziché accettare la lettera di licenziamento di Nick, ha deciso di tenerlo offrendogli uno ' zero hours contract' ovvero un contratto che permette all’azienda di licenziare il dipendente in qualunque momento ma consente anche al lavoratore di rifiutare il lavoro che gli viene offerto. «In realtà, in questo periodo, hanno sempre bisogno di me e finisco per lavorare circa trentasette ore alla settimana o anche di meno se ho bisogno di più tempo per la mia famiglia», spiega ancora Nick. Gli ' zero hours contract', ormai assai diffusi in Gran Bretagna, sono messi in discussione per il rischio di sfruttamento del dipendente che comportano, «ma, nel mio caso – continua Nick – questo tipo di accordo è vantaggioso sia per me sia per l’azienda dal momento che sono ancora molto richiesto ma posso gestire il mio tempo e, quando ne ho bisogno, trascorrerne di più con la mia famiglia».

Oggi in Gran Bretagna è raro che qualcuno mantenga lo stesso impiego per più di dieci anni, mentre in passato era normale rimanere nella stessa impresa per venti o trent’anni. «Mi hanno licenziato la prima volta alla fine degli anni novanta – racconta Susie, sposata a Robin, due figli ancora alle elementari –. Allora si provava ancora un profondo sentimento di vergogna quando si perdeva il lavoro mentre oggi è considerato normale. Convivo con l’insicurezza ogni giorno sapendo che lo stipendio che ricevo alla fine del mese può mancare. Ho perso il lavoro altre due volte anche se con un buon pacchetto di licenziamento. La mia azienda manda via dipendenti ogni anno e, ormai, è normale vedere quella parola 'licenziato' sul curriculum». L’ex insegnante di musica spiega che la sua personalità la spinge a non cercare in continuazione altri lavori ma a dedicarsi completamente a quello che ha al momento. In fondo, nonostante sia rimasta a casa due volte, ha lavorato sempre nello stesso gruppo, anche se con ruoli diversi. «Sono fedele al mio datore di lavoro e mi piacerebbe rimanere, ma può darsi che l’azienda si muova in una direzione che non mi interessa e allora me ne andrò. Per me è importante la possibilità che mi offrono di lavorare da casa, per alcune ore ogni settimana, e di cenare con i miei figli che sono ancora piccoli – continua Susie –. Il fatto che lavoriamo in due mi fa sentire sicura. Abbiamo finito di pagare il mutuo della nostra prima casa proprio quando è cominciata la crisi del 2008 grazie al fatto che abbiamo due stipendi».


Il lavoro, nel Regno Unito, è spesso meno sicuro che in Italia, anche se alcuni settori, come quello accademico, sono ancora in grado di offrire contratti permanenti. Gli stipendi, a differenza dell’Italia, sono di solito inversamente proporzionali al grado di sicurezza dell’impiego. «Un consulente di un’azienda di informatica, per esempio, potrebbe avere un contratto di soli pochi mesi e venire pagato benissimo per la sua competenza e la natura molto breve del suo contratto – spiega Anthony Glass, docente di economia all’università di Loughborough –. I risparmi diventano, di conseguenza, una rete di protezione e una famiglia solida è importante perché occorre la sicurezza di due stipendi per sopravvivere e i due partner devono essere intercambiabili sia per quanto riguarda lo stipendio che la cura della casa e dei figli». «La Brexit, però, ha posto un grande punto interrogativo su tutto ciò – continua il professore –. È difficile, infatti, prevedere quali saranno le conseguenze ma è probabile che si verifichi una 'fuga' di stranieri che hanno lavori poco pagati. Per gli impieghi qualificati e pagati meglio, invece, probabilmente non cambierà molto, perché le aziende cercheranno ancora di attrarre gli stranieri più preparati e li sosterranno quando cercheranno di ottenere il diritto di lavorare nel Regno Unito. Tuttavia è possibile che alcuni grandi gruppi, preoccupati per il rischio di perdere l’accesso a mercati europei chiave, decidano di trasferirsi altrove e questo potrebbe danneggiare l’economia britannica nel lungo periodo». Nella Gran Bretagna della piena occupazione, non c’è nulla di più incerto del proprio lavoro.

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