sabato 10 giugno 2017
In Gran Bretagna vincono i partiti, non il «mandato forte»
Ansa

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Il sorprendente risultato delle elezioni di giovedì in Gran Bretagna – che hanno prodotto il terzo hung Parliament (Parlamento in bilico, senza nessuna formazione saldamente egemone) nel dopoguerra e hanno confermato al potere, anche se indebolita, il primo ministro Theresa May – nasconde alcune novità significative dietro il dato più visibile: il numero dei seggi dei vari partiti e, appunto, l’assenza di una maggioranza.

Anzitutto, proprio in una elezione che non ha prodotto una maggioranza, la Gran Bretagna – andando in controtendenza rispetto al resto d’Europa – mette in scena un grande ritorno del bipartitismo elettorale: se i partiti tradizionali perdono voti in tutto il Vecchio Continente, a Londra accade il contrario. I conservatori crescono di sei punti percentuali, arrivando al 42 per cento, un livello non più raggiunto dagli anni della Thatcher, mentre i laburisti ottengono un più che decoroso 40 per cento: la loro crescita dalle elezioni del 2015 (più 9,5 per cento!) è stata l’incremento più elevato in termini di voti fra due elezioni consecutive nella storia del dopoguerra.

Le cause di tutto ciò sono tre.

In primo luogo va registrata la liquefazione del voto per lo UK Independence party (rimasto senza 'ragion sociale' dopo il referendum sulla Brexit), che è stato riassorbito dal Partito Conservatore, da cui era scivolato via nello scorso ventennio.

Inoltre i liberal-democratici, pur recuperando qualche seggio, perdono ancora voti rispetto al già tragico risultato del 2015, nel quale erano stati puniti per le politiche della coalizione con i conservatori formatasi nel 2010, dopo un’altra elezione senza maggioranza.

Infine i nazionalisti scozzesi perdono un terzo dei consensi, e a recuperare alcuni dei loro voti sono i conservatori, che ottengono il miglior risultato in Scozia dal 1979, compensando in un territorio elettoralmente ostile le perdite in alcune roccaforti inglesi tradizionali. Dunque, Labour e Tories crescono in termini di voti, malgrado le loro contraddizioni. Sorprendente – malgrado i sondaggi degli ultimi giorni – è il risultato del laburista Corbyn, che recupera una trentina di seggi rispetto al 2015, ma, soprattutto ottiene in termini di voti (oltre il 40 per cento), la percentuale più elevata dal 1966 (con la sola eccezione delle prime elezioni vinte da Blair nel 1997). Ha successo un programma con sfumature radicali, nazionalizzazioni comprese, oltre che con dosi non irragionevoli di difesa dello Stato sociale: e ha successo malgrado le contestazioni interne al partito di cui lo stesso leader è stato oggetto nei due anni trascorsi dalla sua elezione.

Resta tuttavia il fatto che, malgrado l’ottimo risultato in termini di voti, Corbyn rimane «unelectable », come sempre hanno affermato i suoi critici. Il suo programma può apparire rassicurante di fronte ad alcune fughe in avanti progettate da May in materia di riforme dello Stato sociale: di conseguenza, il voto di protesta e antiglobalizzazione si è saldato al consenso storico di un partito della sinistra tradizionale, a differenza di quanto accade nei Paesi (Francia, Spagna, Italia) in cui si è rivolto anzitutto contro di essa. Ma se quel programma sembra adatto a prendere qualche voto in più, non è bastato ad ottenere un mandato per governare (i suoi seggi sono 5 in meno di quelli ottenuti da Michael Foot nella storica sconfitta del 1983).

Anche per questo, nonostante tutto, i vincitori, alla fine, restano i conservatori: 318 seggi su 650 li lasciano a breve distanza dalla maggioranza assoluta (326), con 12 parlamentari in meno del 2015. Ma si tratta comunque del miglior risultato in seggi dal 1992 (voto del 2015 a parte) e, soprattutto, di un incremento in voti che riporta i Tories ai livelli degli anni Ottanta del Novecento. Il 'mandato' richiesto da Theresa May però non c’è e, soprattutto, la poco convincente campagna elettorale da lei condotta lascia supporre che, se la sua posizione come premier difficilmente sarà messa in discussione nell’immediato (l’accordo con i Democratici Unionisti dell’Irlanda del Nord dovrebbe bastare a consentirle di restare per il momento al numero 10 di Downing Street), la sua tenuta sarà sottoposta a verifiche nei prossimi tempi. Confermata al governo, la premier non ha un chiaro mandato per tutta la legislatura all’interno del suo partito e dovrà costruirlo day by day, giorno per giorno.

Il risultato delle elezioni volute da Theresa May potrebbe, poi, essere paragonato a due elezioni parlamentari degli scorsi decenni. L’appello al popolo per una elezione plebiscitaria (su un tema solo: i negoziati per la Brexit) ricorda infatti lo scioglimento dell’Assemblea nazionale francese da parte di Chirac nel 1997 prima dell’avvio dei negoziati per l’euro, che produsse una sonora sconfitta per la destra e obbligò il presidente a 'coabitare' con un governo socialista per cinque anni: gli elettori non gradirono la richiesta di un voto-ratifica. Anche giovedì, gli elettori inglesi hanno chiesto di pronunciarsi su tutto il programma e hanno guardato con sospetto le snap elections, le elezioni a sorpresa su una singola questione.

L'altro paragone è quello con una investitura mancata – quella di Angela Merkel nelle elezioni tedesche del 2005 – che non ha però impedito alla sua beneficiaria di consolidarsi in seguito al potere: in quell’occasione la candidata alla Cancelleria della Cdu non ottenne il risultato in termini di voti e seggi cui il suo partito aspirava, grazie alla grande rimonta elettorale della Spd del suo predecessore Schroeder. Ma arrivò comunque prima e formò una grande coalizione con i socialdemocratici, consolidandosi poi al potere nei 12 anni da allora trascorsi.

La signora May di oggi ricorda un po’ la signora Merkel degli inizi e trasmette l’immagine di una leadership scialba. Ma tutto dipenderà dai prossimi mesi e anni e dalla capacità di rassicurare, che le è mancata in questa campagna elettorale. Se dovesse acquisire questa skill, colei che oggi sembra un’anatra zoppa, con legittimazione debole, potrebbe conquistare nell’esercizio del potere il mandato forte che ha chiesto e che le urne non le hanno dato.

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