sabato 14 ottobre 2017

Caro direttore,

credo che in tema di ius culturae e ius soli temperato anche la scuola possa e debba dire qualche cosa: dire chiaramente sì. Prima di scriverle ho voluto riguardare i dati sul numero di alunni con cittadinanza non italiana che, in questo avvio di anno scolastico, stanno frequentando le nostre aule. Sono 757.571 su un totale di 7.757.949. (e vanno poi considerati gli alunni delle altre scuole non statali). Insomma questi 'stranieri' che la scuola accoglie e con cui lavora rappresentano il 10% dei frequentanti. Sono più di centomila nella scuola dell’infanzia, quasi trecentomila nella primaria, centosessantacinquemila nella secondaria di primo grado, centonovantamila alle superiori.

Nella scuola studiano e imparano, respirano la nostra cultura, conoscono la nostra storia. Nella scuola lavorano con tutti e come tutti; sono integrati. E vivono, crescono, si preparano al futuro. Uguali, dovremmo dire. Ma, solo perché figli di stranieri, non sono cittadini italiani, e allora, in quanto noncittadini sono diseguali. Compito della nostra scuola è raccogliere la migliore eredità del passato e proiettarla in avanti per aprire nuovi spazi di progresso e di civiltà. È contribuire a formare nelle nuove generazioni un orizzonte di valori e una coscienza che indichino gli equilibri e le corrispondenze fra diritti e doveri, diano sostanza all’idea di comunità civile e di bene comune, portino a un’idea di comunità di destino e di umanesimo che sappia fare i conti con la globalizzazione. Sta in questo il valore e il carattere generativo della scuola.

A indicarci la strada sono i princìpi fondamentali della nostra bella Costituzione quando all’articolo 2 afferma che «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo». E poi all’articolo 3 quando dichiara : «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». A scuola la Costituzione si studia e gli studenti stranieri sono, come gli altri, fin dalla scuola secondaria di primo grado, obbligati a conoscerla nei princìpi fondamentali, a comprenderne i valori e le implicazioni quanto a diritti e doveri di ciascuno.

Nella scuola italiana - lei, direttore, lo ha ricordato recentemente, auspicando il ritorno dell’Educazione Civica - l’insegnamento di Cittadinanza e Costituzione c’è, come compito trasversale a tutte le discipline. Il patto educativo tra insegnanti e alunni, tra scuola e famiglia, ha come presupposto la dignità della persona, anche la pari dignità sociale strettamente connessa allo status di cittadino. Cittadino l’insegnante, cittadino l’alunno. Ciascun alunno. Senza questa simmetria sembra incoerente, viziata in radice, la stessa assunzione del compito educativo.

Eppure la scuola è costretta ad agire nell’incongruenza tra la lezione impartita e e la condizione in cui viene lasciata una parte degli alunni. Dieci su cento. La scuola è un avamposto civile ed etico; non può non esserlo. Accettando, oggi, la sfida educativa è impegnata a costruire nei giovani, tutti, l’abito mentale della responsabilità, del rispetto, dell’apertura, del dialogo, della solidarietà. In una cornice di precisa identità culturale. Allora, per noi, risulta impegnativo e chiaro, l’indirizzo che viene dal presidente della Cei, cardinale Gualtiero Bassetti, quando, a proposito dell’ipotesi di legge sullo ius culturae e sullo ius soli temperato afferma la necessità di «porre attenzione all’integrazione, che resta parola morta, parola sterile se non passa attraverso il riconoscimento della cittadinanza a coloro che sono nati in Italia, parlano la nostra lingua, assumono la nostra memoria storica e i valori che porta con sé».

Su questo la nostra scuola ha esperienza e competenza, e dà garanzie non solo e non tanto per la responsabilità di ogni educatore, ma per il controllo democratico che al suo interno vige in virtù del suo mandato e della sua collegialità. Allora se l’educazione alla cittadinanza è compito specifico dell’istituzione scolastica ci viene da chiederci: si possono educare i bambini stranieri alla cittadinanza nel momento in cui gliela si nega? Non sembra sensato dire: «Imparate a essere i cittadini che non siete»? Per lo ius culturae la scuola c’è.

*Segretaria generale Cisl Scuola

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