Quei bimbi e la carovana nella neve: dov'è l'Europa in quella foto?
venerdì 15 gennaio 2021

Sauze d’Oulx, in fondo alla Val di Susa. Sui sentieri verso il confine si affonda nella neve abbondantissima. Una fila di persone lentamente avanza. Sembra appena fatto giorno. In paese 7 sottozero, salendo il gelo morde sempre di più. Il gruppo non avanza né in fretta né adagio, ma come riesce, e, sembra, determinato. Di là c’è la Francia, parenti, amici già immigrati che li aiuteranno: se non li riprenderà la Gendarmerie, per buttarli fuori.

Li osservi, in un video di Médecins Sans Frontières: sono uomini e donne, e bambini. Uno, di forse 8 anni, spavaldo per ora, fra i primi della colonna. Un altro, piccolissimo, portato come un fagotto dalla mamma. Scorre la fila, nel lividore della neve ghiacciata, e l’ultimo è un bambino ancora, 7 o 8 anni. (Strano: quando si va in montagna a chiudere la fila c’è un compagno esperto, attento che nessuno resti indietro. Quel bambino invece è l’ultimo perché, troppo piccolo, non tiene il passo?).


Osservi, sapendo che ovunque, ai confini dell’Italia, accadono cose simili: a Bolzano i migranti sotto a un ponte, al gelo, a Ventimiglia in spiaggia, per non parlare del dramma della rotta Balcanica. «L’ho già visto», può dire chi naviga sul web, e passare oltre. Ma, invece, restiamo a guardare. Quei passi affondanti, incerti in scarpe rimediate, strette, o troppo larghe; il gelo che rende insensibili le dita, il peso di un bambino sulle spalle, che dopo un’ora strema. E sarà poi questa, la direzione giusta? Nel candore algido ogni cosa è uguale. E le tracce di passi, non saranno di altri che si sono già perduti?

Guardo la piccola colonna nera sulla neve e inevitabilmente penso ai racconti di mio padre, alpino sul Don, alle marce stremanti a 30 sottozero. A quando, diceva, ci si fermava, sul dorso di una collina, non sapendo più da che parte andare.
Guardo gli afghani fuggiti da una guerra infinita e penso alle colonne di deportati che, precipitando le sorti della guerra per i tedeschi, all’inizio del ’45 vennero costretti a stremanti marce per centinaia di chilometri verso Ovest, lontano dal fronte russo. Anche allora, era inverno. Ma questo, credevo da bambina, era il passato: finito, e non succederà mai più.

Invece oggi al confine tra Italia e Francia, due grandi antichi Paesi, accade che profughi miserabili vaghino nella neve, aiutati solo da volontari o abitanti caritatevoli. Quando se ne trova uno, assiderato, tre righe sui giornali. Msf e altre organizzazioni denunciano sui nostri confini l’assenza dello Stato. Non c’è davvero una caserma, un albergo vuoto, dove quelle famiglie miserabili si possano almeno riscaldare? Non c’è davvero modo per evitare la roulette mortale dei sentieri di montagna, e l’ansia d’essere smascherati come ladri, e cacciati? Chissà con che occhi quei bambini bruni guardano i padri. Ma l’Europa non era la salvezza, la fine della fame? Dov’è questa Europa, papà?

Già, dov’è l’Europa, cieca da anni, ora paralizzata dalla paura. E dove sono, ora, quegli uomini in marcia; e il bambinetto, l’ultimo della fila, chissà. Ti senti addosso ora come uno sguardo profondo e doloroso. Che chiede: e tu? Dove sei tu, non dici niente? Ma come tutto ci scivola addosso. Sul web già incalzano le notizie da Sanremo.

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