venerdì 28 maggio 2021
Ripartire dopo l’infezione non è facile: ci sono conseguenze di lungo periodo
Malati anche se già guariti, i tanti effetti del post-Covid

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Non solo Covid-19. Anche post Covid e long-Covid. Ripartire dopo l’infezione si può e si deve, ma spesso non è facile. Per questo è fondamentale che le istituzioni sanitarie, in particolare quelle pubbliche, prendano coscienza e si facciano carico di questo nuovo emergente problema medico. Gli effetti a lungo termine correlati al nuovo coronavirus, infatti, sono ancora oggetto di studio in ambito medico, tuttavia, dopo più di un anno dallo scoppio della pandemia, si possono già elencare alcune condizioni patologiche, più o meno gravi, che colpiscono i pazienti che hanno superato la fase acuta della malattia.

Ormai numerose pubblicazioni scientifiche al riguardo iniziano a far luce su questo nuovo capitolo della medicina. «Sono disturbi che possono essere semplicemente lievi o fastidiosi, ma che sovente diventano invece assai invalidanti», ha recentemente affermato l’immunologo statunitense Anthony Fauci. Essi costituiscono una peculiare sindrome (cioè un insieme di sintomi) per la quale è stato coniato il nuovo acronimo Pasc: Post Acute Sequelae of Sars-CoV-2. Il disturbo più comune e diffuso è la stanchezza cronica, un quadro costituito da astenia psicofisica, debolezza muscolare e dolori articolari, che coinvolge la quasi totalità dei malati, anche quelli che hanno avuto una forma lieve che non ha comportato la necessità di un ricovero ospedaliero e sono stati curati a domicilio. Sovente si associano anche problemi gastrointestinali.

Questa condizione in più della metà dei casi regredisce spontaneamente nel giro di due o tre settimane, ma nell’altra metà dei pazienti persiste per diversi mesi, condizionando negativamente la vita quotidiana in ambito familiare e sociale e impedendo frequentemente anche la ripresa della normale attività lavorativa. Altri sintomi duraturi nei pazienti che hanno avuto forme più gravi (soprattutto disturbi respiratori – polmoniti interstiziali – e coinvolgimento cardiaco) sono dispnea (fame d’aria), tosse stizzosa, palpitazioni associate sovente a tachicardia (aumento della frequenza cardiaca) sino a veri quadri di miocardite e tromboembolismo tardivo. Per la cura di tali quadri morbosi circa un terzo di questi malati richiede una seconda ospedalizzazione.

Anche i disturbi neurologici sono frequenti. Se nella fase acuta perdita dell’olfatto (anosmia) e del gusto (ageusia) sono spesso tra i primi segni d’esordio della malattia, in altri si osserva la comparsa di quadri neurologi- ci più severi, raggruppati sotto il termine di “neurocovid”: atassia da danno cerebellare (mancata coordinazione muscolare che rende difficili i movimenti volontari), ictus cerebrale, crisi epilettiche, meningoencefaliti (infiammazioni del cervello) con delirio e coma. Nella fase di risoluzione dell’infezione (post-Covid) sono presenti poi cefalea ricorrente e insonnia, spesso accompagnate da deficit cognitivi persistenti: uno stato che è stato paragonato a una sorta di “nebbia cerebrale” (brain fog), in grado di rendere confuso e talvolta disorientato chi ne soffre.

Anche reliquati psichici non sono infrequenti: una vera sindrome postraumatica da stress è rilevabile in oltre il 90 per cento dei pazienti ricoverati (non solo quelli in terapia intensiva, ma anche nei normali reparti di degenza Covid), mentre un quadro ansioso- depressivo è presente in oltre la metà dei malati dimessi dall’ospedale. Infine in alcuni casi sono state rilevate patologie nefrologiche (insufficienza renale), sequele dermatologiche (perdita dei capelli e alterazioni della pelle) e disfunzioni endocrinologiche (sviluppo di diabete mellito).


Stanchezza cronica, problemi cardiaci, nebbia mentale, tromboembolismo, stress Perché i sistemi sanitari devono prepararsi a patologie che dureranno per molto tempo

Tutti questi quadri caratterizzano la sindrome del long-Covid, il cosiddetto “Covid lungo”, che persiste spesso per mesi dopo la fase acuta, debilitando progressivamente l’organismo, impedendogli di recuperare un normale stato di salute e rendendo difficile la ripresa per la condizione invalidante (temporanea sembra, ma che potrebbe in alcuni casi diventare anche permanente) che determina. Ciò conferma che il Covid-19 è una patologia multisistemica, perché il virus che ne è responsabile (Sars-CoV-2) non colpisce solo l’apparato respiratorio, ma coinvolge, nella sua azione devastatrice più o meno accentuata, tutto il corpo del malato. Questo spiega il persistere di disturbi più o meno accentuati anche a distanza di tempo dalla risoluzione del quadro clinico eclatante della patologia.

Se è importante intervenire con cure appropriate nella fase acuta della malattia (sia a livello domiciliare, sia nei reparti di degenza ordinaria che in quelli di terapia sub intensiva e intensiva quando necessario) a maggior ragione è fondamentale il trattamento che deve seguire alla guarigione. Serve un’adeguata (e talvolta lunga) riabilitazione multidisciplinare per i pazienti che hanno avuto prolungati trattamenti in terapia intensiva, ma è necessario anche corretto sostegno specialistico, farmacologico e psicologico nel post-Covid per quei pazienti con disturbi specifici correlati al long-Covid.

Non si possono ignorare questi “malati persistenti” di cui invece si parla poco. È il giusto diritto alla cura del post-Covid, importante e fondamentale come quello della fase acuta. Di questo “diritto” e di tutto quanto è necessario che la nostra sanità pubblica metta in campo in questo ambito, si è fatta portavoce nei giorni scorsi – in un seguitissimo convegno al quale sono intervenuti, oltre che medici ed epidemiologi, anche numerosi parlamentari – l’Associazione culturale Dossetti di Roma. Lo scopo dichiarato era quello di focalizzare l’attenzione dei politici, delle istituzioni e del nostro Governo, perché questa ulteriore fase di “uscita dalla pandemia” attraverso il recupero degli ex-contagiati non venga considerata meno rilevante di quelle della terapia durante la malattia e della vaccinazione come elemento di difesa preventiva.


La pandemia ha mostrato che nei pazienti che hanno superato la fase acuta della malattia procurata dal coronavirus possono resistere alcune condizioni patologiche più o meno gravi da non sottovalutare.
Si tratta di disturbi che possono essere semplicemente lievi o fastidiosi, ma che sovente diventano assai invalidanti


In tale occasione Filippo Anelli, presidente della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici e Chirurghi e degli Odontoiatri (Fnomceo), ha giustamente sottolineato come la multicronicità determinata dal long-Covid non possa che essere gestita attraverso una speculare multiprofessionalità. Migliorare la nostra organizzazione sanitaria al riguardo, a livello regionale e centrale, realizzare ambulatori plurispecialsitici per seguire nel tempo i pazienti che presentano tale sindrome fornendo loro terapie adeguate, riabilitazione mirata e sostegno psicologico, sono iniziative che devono costituire un impegno prioritario delle istituzioni, sia sul piano medico sia su quello finanziario. La ripartenza del Paese e il rilancio dell’economia non possono prescindere dalla restituzione di una condizione di piena salute a tutti coloro che sono stati toccati dall’evento pandemico.

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