martedì 1 ottobre 2019
L’apertura economica senza svolta politica: così da Mao a Xi si è consolidato il potere di Pechino
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Pochi altri Paesi al mondo sono cambiati così tanto in 70 anni da risultare sostanzialmente irriconoscibili, pur mantenendo lo stesso regime politico, come la Cina. La Cina uscita dalla rivoluzione di Mao Zedong e quella del presidente Xi Jinping vedono sempre saldamente al vertice del potere il Partito comunista, la repubblica continua a essere denominata Repubblica popolare cinese e la sua bandiera è ancora la bandiera rossa. Già durante la lunga stagione della leadership personale di Mao, la Cina aveva conosciuto l’alternanza di stagioni più "aperturiste" ("i cento fiori") ad altre decisamente più repressive ("la rivoluzione culturale" che tanto entusiasmò molta intellettualità nostrana cieca agli aspetti totalitari). Ma nulla è paragonabile alla svolta provocata da Deng Xiaoping, succeduto a Mao dopo la sanguinaria parentesi della "banda dei quattro", capeggiata dalla vedova del "Grande timoniere". Sopravvissuto ai violenti tornanti della vicenda del maoismo, Deng inventò un apparente ossimoro (il socialismo di mercato, o socialismo con caratteristiche cinesi) che, a tanti, parve un tentativo di guidare la transizione della Cina dal comunismo e dal dominio assoluto del Partito, verso una qualche forma asiatica di paternalismo associato al capitalismo: una specie di Singapore moltiplicata per cento. E invece il già vecchio Deng azzeccò la quadra: l’accoppiata tra la continuità nel monopolio del potere politico del Partito comunista e la trasformazione dell’economia cinese da un sistema collettivista e pauperista in un capitalismo perfettamente inserito nell’economia globalizzata e finanziarizzata del XXI secolo. Chiarì perfettamente che l’apertura economica non implicava alcuna concessione politica, con la feroce repressione da lui stesso ordinata, e a tal scopo richiamato straordinariamente al potere – in una sorta di riedizione dell’epopea di Cincinnato – del movimento degli studenti di piazza Tienanmen nel cruciale 1989.

E la perfetta continuità, l’ordinata trasmissione del potere di generazione in generazione da Deng a Xi, sempre nel mantenimento della continuità ideale (non senza vistose forzature e contorsioni) con il mito di Mao, è il tratto politicamente più notevole di questa Cina che oggi celebra i 70 della nascita della Repubblica Popolare fondata dal Grande Timoniere. L’Unione Sovietica, la patria del comunismo realizzato (accusata di revisionismo dalla Cina maoista), è scomparsa nel 1991 e al suo posto e tornata l’edizione 2.0 della Russia imperiale, che, atomiche a parte, è comunque una pallida riedizione della prima e della seconda. La Repubblica popolare cinese è invece sempre lì, inossidabile e irriconoscibile. Ad attestarci che il mantenimento del potere è un collante formidabile, tanto più forte se per conservarlo si è disposti a compiere qualunque sacrificio (a cominciare dalle vite altrui). Ma d’altra parte, da sempre, in Cina chi controlla il potere detiene le ricchezze del Paese: un motivo in più per mantenere salda la presa.

Girare per le strade di Pechino o Shanghai, ma in realtà anche per i tanti altri milionari capoluoghi di provincia, e ormai da diversi lustri, offre uno spettacolo urbanistico, di mobilità e di costume lontano anni luce dalle maree di uomini e donne vestiti in pigiama blu, che a piedi e in bicicletta (o al massimo a bordo di camion e autobus sgangherati) si muovevano per andare al lavoro nei campi, in fabbrica o a scuola. La seconda dimensione più importante del cambiamento cinese è proprio quella scientifica e tecnologica: i treni superveloci, i telefonini cellulari e la rete 5G, i computer e l’impiego massiccio di robot (record mondiale) e di strumenti di videosorveglianza, i satelliti spaziali. Certo un progresso realizzato non certo senza enormi e crudeli contraddizioni e muovendosi "sulle spalle dei giganti". Eppure, ormai si tratta di un progresso di cui la Cina è anche protagonista.

Oggi la Cina si appresta a lanciare la sua sfida all’ordine incardinato sull’egemonia statunitense. Lo fa con arguzia. Cercando di modificare a suo vantaggio le politiche e le prassi di tutte le istituzioni esistenti di quell’ordine internazionale la cui legittimità contestava frontalmente fino agli anni 70 del secolo scorso. E allo stesso tempo predisponendo le infrastrutture materiali e immateriali che dovranno fare di Pechino e della Cina il nuovo centro del mondo, e della cui logica fa parte anche la Belt and Road Initiative, destinata a unificare, e se necessario contrapporre, un Emisfero orientale (euro-asiatico-africano) all’Emisfero occidentale (le Americhe). Tutte le strade portano a Roma, si diceva a proposito delle vie consolari e poi di quelle imperiali. Chissà come si dice in mandarino la prima parte della massima latina, perché di sicuro Roma oggi si traduce "Bejing".

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