Onore allo spirito meridiano
sabato 22 febbraio 2020

Si giunge a negare le conseguenze sociali delle disparità dei punti di partenza individuali. Ciò si traduce nella deplorazione dell’egualitarismo livellatore e nella difesa della meritocrazia, esaltatrice dell’individualità.
Federico Caffè, La solitudine del riformista

C’è una affinità elettiva fra capitalismo e mondo protestante. Dei cinquanta economisti fondatori dell’American Economic Association nel 1885, venti erano pastori protestanti. Adam Smith era stato educato in Scozia in ambiente calvinista, Malthus e Wicksteed, due importanti economisti nella storia del pensiero economico, erano pastori protestanti. Alfred Marshall, forse il più influente economista inglese tra Otto e Novecento, si era formato come pastore. Ed Esther Duflo, premio Nobel per l’economia del 2019, ha affermato: «Il protestantesimo fa parte della mia famiglia, della mia educazione e del mio essere sociale». Nel mondo cattolico la situazione era diversa. Già a partire dall’abate Antonio Genovesi nel Settecento, gli economisti che si auto-definivano "economisti cattolici" hanno privilegiato approcci etici, filosofici o storici, ma non hanno offerto contributi entrati nella tradizione ufficiale della scienza economica. Altri hanno fondato cooperative, casse rurali, e banche, o hanno preferito l’impegno politico e nelle istituzioni.

Ciò non significa dire che non esista uno spirito "cattolico" anche nella scienza economica moderna, ma per trovarlo occorre andare oltre i confini visibili della Chiesa e degli economisti "cattolici", e cercarlo in economisti di tutte le convinzioni ideologiche e confessionali, espressioni diverse di una economia meridiana e cattolica (intesa in senso culturale non religioso), con tratti comuni sebbene variegata nei modi e nelle forme. Solo limitandoci al solo secolo XX e agli economisti italiani, troviamo, ad esempio, Achille Loria e la sua critica alla rendita e alla rendita finanziaria, interpretata come il grande nemico del profitto dell’imprenditore e del salario del lavoratore. Nel dopoguerra, Federico Caffè e Sylos Labini studiavano la diseguaglianza e la collegavano alla distribuzione del reddito e alla critica alla meritocrazia, e Giorgio Fuà si concentrava sulla critica al Pil e sulle dimensioni qualitative della felicità e del benessere. Un tema coltivato anche da Giacomo Becattini, il teorico dei distretti industriali e del Made in Italy, che ha posto la "vocazione dei luoghi" al centro della sua ricerca scientifica. Parlare di luoghi e non di Pil significa porre l’accento sui rapporti umani, sulle istituzioni e sui beni relazionali, un altro tratto specifico di questa tradizione. Tutti argomenti che mettono al centro le relazioni più degli individui, l’insieme più del particolare, la pubblica felicità più di quella del singolo.

Se leggessimo e studiassimo questi autori noteremmo immediatamente che esiste una sintonia oggettiva tra questa teoria economica e la Dottrina sociale della Chiesa cattolica. In particolare condividono una diffidenza nei confronti del principio fondativo del capitalismo di matrice anglosassone: la "mano invisibile", un concetto essenziale nella Political economy di Adam Smith e dopo di lui nell’intera teoria economica anglosassone di matrice protestante. Anche se viene spesso ridimensionata dagli stessi eredi di Smith, la "mano invisibile" esprime invece una idea fondamentale, espressione diretta dell’antropologia e del capitalismo nordico: il bene comune non ha bisogno di azioni tese intenzionalmente a esso, perché il solo modo buono ed efficace di raggiungere il bene comune è creare gli incentivi perché ogni individuo cerchi il proprio interesse privato: «Non ho mai visto fare niente di buono da chi pretendeva di trafficare per il bene comune» (A. Smith, 1776). L’ordine e la ricchezza non hanno bisogno né di intenzionalità orientata al bene comune, né di quella orientata al bene dell’altro con cui interagisco in una relazione economica (contratto): ognuno deve pensare al proprio interesse personale (self-interest), perché una sorta di provvidenza laica (la invisible hand, appunto) trasforma quella somma di interessi privati nel benessere collettivo e dell’altro. Questo espediente teorico è decisivo perché chiude il sistema del capitalismo anglosassone, e slega i risultati sociali dalle intenzioni individuali. Nella società capitalistica non c’è bisogno di nessuna azione collettiva, nessun "noi", nessuna relazione, nessun incontro.

L’umanesimo latino non ha mai fatta sua questa logica. In Genovesi (e prima di lui in Vico) era chiaro il meccanismo della "mano invisibile" (in Galiani c’è anche la metafora della "mano"), ma è solo un meccanismo secondario e sussidiario. Perché il principio economico fondamentale è invece la "mutua assistenza", dove ciascuno intenzionalmente vuole oltre al proprio interesse anche l’interesse dell’altro. Il bene reciproco è parte delle intenzioni di ciascuno. In questo umanesimo non c’è bene comune senza cercarlo intenzionalmente. Sotto le Alpi, le intenzioni hanno sempre contato molto. La crisi ambientale globale è anche un segno macroscopico dell’insufficienza di affidarsi alla "mano invisibile" per trasformare gli interessi privati in bene comune. Le differenze sul piano della teoria economica sono però espressione di qualcosa di molto più profondo, nascosto nelle radici dell’albero cattolico e meridiano. Qui l’individuo è importante, ma la persona lo è di più, e la comunità e i corpi intermedi ancora di più. Ma la comunità, con le sue relazioni calde, è insieme paradiso e inferno, libertà e schiavitù, laccio e volo, dolore e amore. L’umanesimo della comunità, diversamente da quello dell’individuo, è un cammino accidentato, lento, interrotto, anche se in alcuni giorni particolarmente limpidi qualcuno, si dice, è riuscito a vedere lungo quella strada accidentata uno squarcio di paradiso.

Un umanesimo che non va confrontato con quello protestante per decidere quale sia migliore. Vanno comparati solo per capire il loro destino, ciò che hanno in comune e ciò che hanno di diverso. La crisi dell’Europa del Sud è anche figlia di una insufficiente riflessione sulla sua vocazione economica, simile e diversa da quella nordica e protestante. L’Europa continua a essere un sogno collettivo meraviglioso finché resta sussidiaria e diversificata, finché rimane un dialogo tra spiriti diversi, compresi gli spiriti economici. Il mondo cattolico ha visto nascere e crescere il capitalismo come qualcosa di alieno. Non si è mai sentito a suo agio con l’idea che profitti e ricchezza fossero benedizione. Ha conosciuto un senso di inferiorità quando guardava le grandi, razionali e scientifiche aziende e banche del nord e le confrontava con le sue fabbrichette, con le casse rurali o con le sue cooperative, dove il dipendente e l’amico erano la stessa persona, dove la famiglia era anche l’azienda, dove di giorno si litigava per i contratti e la sera si giocava insieme a carte in parrocchia o nella casa del popolo. C’è anche un grande senso di inadeguatezza, di disistima, di inferiorità e di vergogna nella crisi economica e sociale di molti Sud del mondo.

Anche il mondo meridiano ha cercato, spesso, di prendere sul serio il lavoro; più forte era però l’idea-esperienza che il lavoro fosse soprattutto fatica e dolore, travaglio; che era prima un dovere naturale poi, forse, anche una vocazione (beruf, berufung). Lavorare era il mestiere del vivere, in una vita difficile. La Chiesa cattolica ha dovuto e voluto accogliere e valorizzare tutto un mondo di spiriti che abitavano nelle campagne e nelle città già molto prima che la religione cristiana desse loro altri nomi. Non ha combattuto gli spiriti, non ha combattuto i santi, non li ha chiamati "idoli", non ha condannato i contadini come idolatri. Anche dopo il Medioevo ha continuato a coltivare una religione che cresceva insieme al senso religioso dei campi e del raccolto, dove la teologia è stata sempre meno importante dei lutti, delle processioni e delle edicole nei crocicchi dei sentieri che portavano ai campi. Una Chiesa che ha dovuto accompagnare attraverso i secoli uomini e donne esperti più di santi che di Trinità, devoti più della Madonna che di Dio Padre, amanti di angeli e impauriti dai demoni, ha dato vita nei secoli a una cultura popolare che un giorno non ha potuto credere che quel nuovo spirito-demone del capitalismo venuto dal Nord, che associava la benedizione al denaro e alla ricchezza, potesse essere uno spirito buono, perché era uno spirito troppo diverso dalla antica disciplina della vita e della terra.

Per il Sud anche la ricchezza dei signori era buona se faceva più belle le chiese, dove anche se eravamo poveri e ignoranti, nella Messa della domenica eravamo anche noi belli e circondati da una bellezza stupenda. Non sapevamo leggere, non capivamo il latino, ma gli affreschi e i quadri ci parlavano, li sognavamo di notte, e così anche in una vita difficile abbiamo fatto sogni bellissimi, popolati di angeli e di santi, e quando siamo arrivati in paradiso li abbiamo riconosciuti subito come gente di casa. Non capivamo le musiche diverse delle bande nei giorni di fiera, ma capivamo che erano belle, e appena facevamo due soldi mandavamo un nipote a studiare la fisarmonica. Eravamo poveri quasi sempre, ma non sempre, perché nel giorno della festa ci sentivamo, almeno in quel solo giorno, ricchi anche noi, in quel giorno non ci vergognavamo più della nostra povertà. Abbiamo amato molte cose, ma soprattutto abbiamo amato le feste, le processioni, i santi. Un mondo certamente imperfetto, pieno di contraddizioni e di dolore, ma dove i poveri non erano considerati maledetti. Erano figli della stessa vita di tutti, e il loro dolore ha generato un’inondazione immensa di ospedali, di scuole, di orfanotrofi, una schiera di santi e di sante e, poi, il nostro meraviglioso Stato sociale.

La ricchezza che nasceva dalle fabbriche era invece una ricchezza sospetta. Anche per questo quando i primi industriali hanno iniziato a costruire fabbriche grandi quasi come quelle degli industriali americani, quei (pochi) capitalisti avevano un rapporto con il territorio e con la gente diverso dai capitalisti nordici e protestanti. Erano ricchi, certo, ma la loro ricchezza non era considerata, né da loro né dalla comunità, come una benedizione, ma come un destino, qualche volta come un destino crudele. Tutto questo umanesimo, popolare e diverso, è stato divorato quasi interamente in pochi decenni, quando ci siamo convinti che il solo spirito buono fosse quello che scendeva dal Nord e arrivava da Oltreoceano; quello della ricchezza come benedizione, spostata dalla produzione al consumo. Il passaggio dalla fabbrica al centro commerciale è stata la mossa decisiva, unita allo sviluppo della finanza speculativa che ha liberato e potenziato l’antica tendenza-tentazione al lotto e all’azzardo tipica delle culture meridiane. L’umanesimo meridiano era, per sua natura, molto sensibile alla dimensione sociale e ostentativa della ricchezza. Lo abbiamo sempre fatto, coi pranzi, coi vestiti, con le spose, persino coi funerali. La nostra concorrenza è sempre stata soprattutto una concorrenza di cose, di roba, quindi una faccenda vistosa. Non abbiamo mai gareggiato nel lavoro, era troppo poco visibile: per scatenarci nell’agone avevamo bisogno di cose che tutti potessero vedere. Il capitalismo del XIX e XX secolo, quello fondato sulla fabbrica e sul lavoro, non poteva allora essere abbastanza seducente per comprarci l’anima. Ma quello del XXI secolo, basato tutto sul consumo e sulla finanza, ci ha sedotti al punto da non avere avuto bisogno di comprarci l’anima, perché gliela abbiamo regalata.

l.bruni@lumsa.it

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