Il canto delle ossa risorte
sabato 6 aprile 2019

Disse a Gesù Nicodemo: «Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?».
Vangelo di Giovanni, capitolo 3

I profeti sono esperti e maestri dello spirito. Lo riconoscono quando soffia sulla terra, fuori e dentro di loro. Tra i molti vènti, sanno intercettarlo come vento diverso. Ne hanno un bisogno vitale per rispondere alla loro vocazione. Senza lo spirito i profeti non sarebbero capaci di capire le parole che ascoltano e riferiscono. È l’esegeta della parola che ricevono. Lo attendono, lo pregano, lo implorano, e sanno stare in silenzio quando pur ricevendo le parole non ricevono anche lo spirito. Nella Bibbia lo spirito è affratellato con la parola. Entrambi danno la vita, entrambi creano, trasformano, fecondano, bagnano, generano e rigenerano. Elohim, Parola, Ruah; Padre, Logos, Pneuma. L’unità e la molteplicità del Dio biblico erano già presenti nella Bibbia e nell’esperienza storica di quella fede.
I profeti, poi, sono essenziali per discernere gli spiriti, per distinguere il vento della vanità, l’havel, dal vento dello spirito, la ruah. La Bibbia li conosce bene entrambi, i profeti li conoscono e riconoscono benissimo.

Anche l’havel di Qoelet – havel havalim: vanità delle vanità – è soffio, è vento; è quel tipo di vento che anche noi conosciamo, quello che ci rivela l’inconsistenza delle cose, l’effimero della vita, che ci ricorda che tutto passa, e passa velocemente. Havel è anche il nome del fratello ucciso da Caino, ed è un nome degli idoli (in Geremia), di ciò che è vuoto, niente, nulla. Il vento-havel somiglia al vento-ruah, e qualche volta sono anche amici. Perché senza il soffio dello spirito non potremmo riconoscere la dimensione di vanitas pur presente nel cuore delle cose, saremmo ingannati dalle ricchezze e dai beni e resteremmo intrappolati per sempre nelle auto-consolazioni e nelle illusioni. Perché lo spirito-ruah ci dona la tipica intelligenza che sa vedere l’effimero e, al di là di esso, celebrare la vita, che per essere capìta e vissuta come vera ha bisogno di essere colta, prima, nella sua dimensione fragile e fugace. Ma se una volta sperimentata la vanità del tutto (tappa essenziale dell’esistenza) non si scopre l’altra brezza dello spirito, se ruah non prende il posto di havel, nella vita adulta resta solo il nulla del pessimismo e delle depressioni. Ci sono vite che non giungono a fioritura perché non hanno mai raggiunto la fase dell’havel/vanità, e restano ingabbiate dentro nelle illusioni, comprese le illusioni religiose; ma ce ne sono altre che regrediscono perché una volta toccati dal vento dell’havel non sono riusciti a spiccare il volo con il nuovo vento della ruah. I profeti per vocazione sanno dirci che "ruah batte havel", che il soffio vivificante e rinnovatore è più forte e vero di quello nichilista. Ecco un’altra ragione della necessità dei profeti.

Ezechiele è il profeta dello spirito-ruah, anche perché ha conosciuto bene lo spirito-havel. La parola ruah ricorre nel suo libro più che in qualsiasi altro testo dell’Antico Testamento. Il cuore può cambiare soltanto nello spirito. Il soffio di Elohim donò la vita al primo uomo, e un misterioso soffio spirituale continua a generare e rigenerare la vita nell’universo. E così, dopo averci annunciato il miracolo del cuore nuovo di carne, Ezechiele ci sconvolge con una delle scene più originali e stupende di tutta la Bibbia: «La mano di YHWH fu sopra di me e mi portò fuori in spirito e mi depose nella pianura che era piena di ossa... Vidi che erano in grandissima quantità nella distesa della valle e tutte inaridite. Mi disse: "Figlio dell’uomo, potranno queste ossa rivivere?"» (Ezechiele 37,1-3). Siamo dentro un’altra visione di Ezechiele. In una valle di Babilonia, forse la stessa dove il giovane Ezechiele era stato trasportato in visione all’inizio delle sua vocazione (3,22) – non è raro che nei profeti le vocazioni tremende della vita adulta accadano negli stessi luoghi incantati della prima chiamata. Ezechiele ora vede la grande valle tutta ricoperta di ossa, inaridite, secche, vecchie, senza più carne né nervi. Dio gli dice: «Profetizza su queste ossa e annuncia loro: "Ossa inaridite, udite la parola del Signore. Così dice YHWH a queste ossa: Ecco, io faccio entrare in voi lo spirito e rivivrete. Metterò su di voi i nervi e farò crescere su di voi la carne, su di voi stenderò la pelle e infonderò in voi lo spirito e rivivrete"» (37,4-6). Una scena di una potenza narrativa e lirica infinita. Ezechiele esegue il comando, e profetizza: «Mentre profetizzavo, sentii un rumore e vidi un movimento fra le ossa, che si accostavano l’uno all’altra, ciascuna al suo corrispondente. Guardai, ed ecco apparire sopra di esse i nervi; la carne cresceva e la pelle le ricopriva, ma non c’era spirito in loro» (37,7-8).

Solo chi aveva assistito alla scena e avuto una parte attiva poteva scriverla e raccontarcela così. La Bibbia non è una fiction. E se noi non vogliamo trasformarla in un film dobbiamo credere nella parola di Ezechiele; credere che "vide" quelle ossa e poi "sentì" un rumore – i profeti biblici sono dei mendicanti di fiducia, che quasi mai ricevono da noi lettori, che continuiamo a deriderli e sbeffeggiarli insieme ai loro contemporanei. Dobbiamo rivedere con lui quelle ossa muoversi e riaggregarsi, sentire il loro scricchiolio; e poi, con lui, accorgerci che manca lo spirito essenziale: «Egli aggiunse: profetizza allo spirito, profetizza, figlio dell’uomo, e annuncia allo spirito: "Così dice YHWH: Spirito, vieni dai quattro venti e soffia su questi morti, perché rivivano". Io profetizzai come mi aveva comandato e lo spirito entrò in essi e ritornarono in vita e si alzarono in piedi; erano un esercito grande, sterminato» (37,9-10).
Lo spirito è il grande protagonista di questa visione. L’uomo antico vedeva più cose di noi. Accanto alla rosa dei venti sentiva soffiare un vento diverso che rendeva vive le cose. E lo riconosceva, lo celebrava. La Bibbia è anche una lunga pedagogia per insegnarci che lo spirito della vita non era soltanto lo spirito delle montagne o delle foreste, ma che nella sua essenza era un altro nome del Dio vero e invisibile, vero perché spirito. E per affermare la natura spirituale di Dio la Bibbia ha ingaggiato una lotta radicale con gli idoli, che presentandosi come la fonte del soffio divino sulla terra toglievano fiato all’uomo, che può respirare solo dentro un vento infinito. È stata questa custodia assoluta del mistero dello spirito che un giorno ha consentito ai cristiani di poterlo chiamare Dio.
Queste ossa che tornano a vivere sono la Pentecoste dell’Antico Testamento. Una chiesa impaurita e morta sul Golgota che torna a vivere e collettivamente risorge; un popolo distrutto e umiliato che spera ancora in una nuova-antica promessa. In entrambe epifania dello spirito, vivo e vivificante.
La trasformazione di quelle ossa in esseri umani vivi si svolge in due fasi. Dapprima le ossa diventano scheletri attorno ai quali si ricreano e ricompongono carne e tendini. Questo primo miracolo crea però solo dei cadaveri, se non giunge lo spirito.

Quest’opera in due atti di Ezechiele racchiude un messaggio prezioso per le comunità spirituali morte che sperano in una nuova vita.
Gerusalemme è stata distrutta. Il popolo esiliato e scoraggiato: «Figlio dell’uomo, queste ossa sono tutta la casa d’Israele». La fede vacilla, la speranza si spegne. Il popolo ripeteva nel pianto: «Le nostre ossa sono inaridite, la nostra speranza è svanita, noi siamo perduti» (37,11). Dentro questa tragedia immensa, Ezechiele ci suggerisce una grammatica per risorgere dopo le grandi crisi. E noi dobbiamo imparare ad ascoltarlo, in questi tempi di templi distrutti e di terre promesse scomparse.
Quando una comunità carismatica si accorge di avere "le ossa inaridite", che la speranza è "svanita", di essersi "perduta", c’è ancora la possibilità di rinascere se un profeta riesce a profetizzare e a invocare lo spirito. C’è però una pre-condizione: la comunità deve intonare il canto funebre, deve essere consapevole di avere le ossa inaridite – molte comunità morte non risorgono perché pensano di essere vive. Non è da escludere che la visione sia stata una risposta al lamento-preghiera del popolo esiliato. Celebrare il lutto è la prima necessaria preghiera di resurrezione.
Poi serve un profeta, sopravvissuto alle persecuzioni, che non sia stato espulso o non si sia trasformato in falso profeta (in buona o cattiva fede). Non tutte le comunità dalle ossa inaridite hanno profeti, perché spesso muoiono anche loro durante la distruzione della città e del tempio. Ma quando se ne salva almeno uno – la "massa critica" profetica è 1 – la prima parte del suo profetizzare consiste nel ricomporre lo scheletro, e attorno a questo far rinascere carne e tendini. Queste comunità dopo essere morte e aver capito di essere morte veramente – per mancanza di vocazioni, perché siamo invecchiati dentro liturgie e forme diventate più vecchie di noi, per scandali gravi, scismi, per non essere riusciti a scrivere una nuova narrazione carismatica dopo la morte del fondatore che è sempre una morte mistica della comunità, per aver speso tutte le energie residue nelle battaglie sbagliate... – ricominciano una nuova fase. Tornano nuove persone, arrivano risorse economiche, progetti, strutture, energie, nuove attività e opere. Le ossa disperse si ricompongono e danno vita a uno scheletro ordinato, e attorno a esso si riformano carne e nervi. La comunità riprende forma e poco a poco inizia a somigliare a quella che si era estinta.

Ma, ci dice Ezechiele, questa fase necessaria non è ancora sufficiente perché la comunità torni veramente a vivere. Manca lo spirito. Ci sono persone ma mancano vocazioni; ci sono racconti ma non racconti carismatici; ci sono parole ma senza il verbo che le lega; ci sono opere ma manca il soffio vitale; ci sono progetti ma mancano i sogni grandi; ci sono preghiere ma non sanno parlare. La resurrezione di Cristo non fu la rianimazione del cadavere. E se la resurrezione di Lazzaro non è letta come segno e annuncio della diversa resurrezione di Cristo, è solo la riesumazione del corpo di un uomo che ebbe la triste sorte di morire due volte. La rinascita delle comunità non avviene (o è solo quella di Lazzaro) se si riformano soltanto lo scheletro e i segni esterni della vita. Occorre che un profeta vero, tornando nella valle della prima vocazione ora divenuta valle di ossa, riesca a invocare lo spirito e questo, docilmente, arrivi. Alcune di queste invocazioni si chiamano riforme.
Ezechiele ci dice che queste resurrezioni sono possibili. Che i cimiteri possono trasformarsi in giardini dell’Eden. Che possiamo addormentarci vecchi e risvegliarci bambini.

l.bruni@lumsa.it

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