Dramma libico: è l’ora di un grande corridoio umanitario
giovedì 6 settembre 2018

Il caos ha definitivamente svelato la menzogna della Libia «porto sicuro» per profughi e migranti. L’instabilità dimostra che le campagne di disinformazione sui social possono ingannare chi si accontenta di slogan e di manipolazioni verosimili, ma poi vanno a schiantarsi contro i fatti, argomenti testardi che, presto o tardi, smontano ogni propaganda. E i fatti dicono che i centri di detenzione statali libici, già squalificati del tutto dall’Onu, sono stati negli ultimi giorni bersaglio dei mortai e che i migranti imprigionati arbitrariamente – madri con bambini e cittadini eritrei, etiopi, somali e siriani considerati 'rifugiati' anche in Libia –, nonostante gli sforzi dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur/Unhcr) e dei partner locali, sono stati esposti a rischi mortali, abbandonati e feriti. Manca ancora un quadro completo della situazione dei 9mila detenuti ufficiali.

Si sa che i 400 migranti spostati da Ain Zara ad Abu Selim secondo le autorità libiche stanno bene, al momento appare più confusa la situazione dei circa 1.900 prigionieri evacuati da Tarek al Matar. Neppure la metà è stata rintracciata dall’Onu. Gli altri potrebbero essere stati presi dai trafficanti o rivenduti dai miliziani. Del resto, oltre un mese e mezzo di contatti quotidiani via whatsapp con alcuni detenuti eritrei proprio di Tarek al Matar ci hanno insegnato che in Libia l’unico modo per non finire sul mercato degli esseri umani è venire censiti dall’Acnur. Nessuno è in grado di prevedere come finirà il conflitto in un Paese che non sa come riprendere a estrarre l’unica ricchezza di cui dispone, il petrolio. Dunque il rischio è che si torni a puntare sull’altro business affermatosi in pochi anni, il mercato della carne umana.

Occorre fare passi avanti. La scelta di affidare alle milizie libiche la 'guardianìa' dei confini meridionali e mediterranei della Ue continua a rivelarsi tragicamente errata: si rischia un effetto boomerang con la ripresa delle partenze e delle morti in mare. Poi, c’è l’aspetto umanitario che non può essere taciuto per assecondare settori dell’opinione pubblica. Nessuno, in buona fede, può negare le violenze, gli abusi e le torture praticate nelle sovraffollate galere libiche contro persone ammassate e private di dignità e umanità in spregio a ogni norma e principio di civiltà. Nessuno, in buona fede, può negare che nelle galere dei trafficanti si pratichino, per estorcere riscatti, torture e violenze sistematiche e atroci anche contro donne e minori.

Le prove anche mediche sono tante. Qualsiasi cosa pensi, dica e scriva il signor ministro dell’Interno della Repubblica italiana, arrivano come scheletri, le donne sono provate dagli abusi e nei loro occhi chi ha un minimo di umanità legge la disperazione. E l’ironia sulla pelle di persone vulnerabili è semplicemente intollerabile. Poi, ripetiamolo, ci sono i rapporti dell’Onu, autorità che nei 'lager' libici sono potute entrare ufficialmente (anche se ormai in Libia nulla è più possibile con certezza). Ma soprattutto ci sono migliaia di testimonianze di profughi, vere cronache dall’orrore.

La Libia è un inferno dove da anni muoiono migliaia di persone i cui nomi e volti sono destinati a rimanere ignoti. Tuttavia, c’è ancora una via per salvare almeno i prigionieri censiti assestando al tempo stesso un colpo alle gang di trafficanti e ai loro complici in grisaglie seduti in consolati, ambasciate e ministeri in Libia e in altri Stati anche sub sahariani. Si tratta di creare un grande 'corridoio umanitario', estendendo l’esperienza profetica delle chiese cristiane italiane, cattolica ed evangeliche, con la Comunità di Sant’Egidio. Dovrebbe coinvolgere almeno i 9mila esseri umani censiti e ostaggi di un conflitto che non è loro, e che probabilmente hanno capito che la fuga da persecuzioni, conflitti e miseria non passa da questa rotta tragica. Con la regia dell’Acnur occorre che Unione Europea e Unione Africana – la grande assente nella vicenda libica – trovino con urgenza un accordo per spostare in campi di accoglienza Onu in Paesi africani sicuri i migranti detenuti in Libia.

Qui le diverse situazioni potranno essere esaminate senza pericoli. La prima opzione è puntare su Paesi confinanti come Ciad, Niger o Egitto. Le alternative sono Etiopia, Uganda, Ruanda, Costa d’Avorio, Paesi meno fragili dove sia possibile anche progettare un futuro. Il corridoio potrebbe dissuadere i migranti africani dal percorrere la rotta libica. Il governo italiano, partner delle Chiese, può giocare con i corridoi un ruolo umanitario attivo proprio nei giorni in cui la Cina annuncia investimenti strategici per 60 miliardi di dollari in Africa. Una mossa (niente affatto gratuita) per 'aiutarli a casa loro'. Altri, qui, si limitano a dichiararlo.

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