Le afghane siamo noi
venerdì 27 agosto 2021

«La colpa dell’Occidente è aver regalato sogni alle donne afghane». Il sogno di poter essere dottoresse e autiste di taxi, sindache e registe, estetiste e cantanti.
Tutto cancellato, bruciato, evaporato, e nessuno può ragionevolmente credere alle stentate rassicurazioni dei taleban.
Ma è davvero una colpa aver regalato speranze, come ha detto giovedì, drammaticamente, il cardinale Jean-Claude Hollerich, presidente dei vescovi della Ue, a Vatican News?

Forse sì, lo è, se si resterà ad assistere impotenti al loro spegnersi. Negli ultimi vent’anni una nuova generazione di giovani donne afghane si è istruita, ha intrapreso carriere, spesso incoraggiata da onlus e organizzazioni occidentali. La stragrande maggioranza di loro ha lasciato il Paese. La sindaca più giovane dell’Afghanistan, l’attivista Zarifa Ghafari, è in salvo in Germania, le autiste dei 'taxi rosa' di Kabul in Italia, le 20 studentesse della squadra nazionale di robotica in Messico.

Un patrimonio di competenze e potenzialità, in sostanza la classe dirigente femminile di un Paese, disperso in tutto il mondo. I Paesi ospitanti hanno ora il dovere morale di prendersi cura di quelle competenze, di dare spazio a quelle professionalità, di coltivare quei sogni di libertà ed emancipazione affinché non si spengano per sempre. Non solo per l’oggi, ma anche per il domani: l’Occidente non deve lasciare morire in una generazione di afghane (e afghani) – la più vulnerabile alle ritorsioni dei taleban – le speranze in un futuro diverso per il proprio Paese, speranze che esso stesso ha instillato.

L’ha detto ieri una dottoressa 40enne della Fondazione Veronesi, rifugiata in Italia: «Non so quale sarà il mio futuro, ma spero un giorno di poter tornare in Afghanistan per aiutare il mio popolo». Dal 'G20 delle donne', dedicato per la prima volta all’avanzamento femminile, è giunto ieri un monito specifico: le donne e le ragazze afghane stanno per perdere la loro dignità e le loro libertà, non possiamo lasciarle sole. Alla responsabilità di coltivare un futuro possibile per l’Afghanistan fuori dai suoi confini, si aggiunge quella, decisiva, di non dimenticare le donne che sono rimaste in patria: invisibili nei loro burqa, confinate in un’oscura sacca di Medioevo, sottoposte a regole arcaiche e fuori dalla storia riguardo all’educazione, la vita affettiva, le scelte personali, l’indipendenza.

E ora, come è accaduto ieri all’aeroporto di Kabul, anche vittime della violenza devastante delle bombe, degli attentati, prese nel mucchio con i loro figli e le loro famiglie. Ormai non si tratta più di aiutarle a fuggire: chi poteva, l’ha fatto. Ora si tratta di aiutarle a resistere. Le afghane siamo noi.

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