La sfida di uno sviluppo che argini i populismi
martedì 26 settembre 2017

Stati Uniti e Regno Unito e poi Francia e ora Germania. Il vento forte del cambiamento è dunque arrivato anche nel Paese più importante dell’Unione Europea. Anche se l’autorevolezza di cui ancora gode la signora Merkel ha attutito l’urto. In ogni caso, dopo questo nuovo scossone elettorale è urgente aggiornare le nostre mappe politiche. La sinistra è in grave difficoltà, e un po’ dappertutto sembra aver perso il contatto con la propria base sociale. Incerta sull’idea di società da prospettare e incapace di parlare con i ceti popolari, la sinistra è alla ricerca di se stessa più che dell’elettorato. Ciò apre il campo alla destra populista che fa della questione dei migranti il catalizzatore del malcontento sociale diffuso. Dato che nessuno sa dove andare, il messaggio dei nuovi partiti populisti – 'contro', non 'per' – fa breccia tra i tanti che ritengono che le cose siano destinate solo a peggiorare. In mezzo ci sono i partiti di governo – alleati con quel che resta dell’establishment economico e finanziario – che più o meno volenterosamente tentano di manovrare il transatlantico delle società contemporanee per evitare il naufragio. Viviamo dunque tempi difficili e, proprio per questo, interessanti. La buona notizia – confermata ancora una volta dal voto tedesco – è la resilienza delle democrazie contemporanee. Ormai da parecchi anni i segni di difficoltà ci sono tutti, e ben visibili. Ma non dobbiamo sottovalutare la capacità dei sistemi politici contemporanei di reggere questi anni di crisi. Certo, ci sarebbe bisogno di ben altra capacità di aggiustamento. Ma non si dimentichi che, senza far nessuno sconto alla classe politica (spesso inetta e inadeguata), è l’intero corpo sociale a essere oggi pesantemente sfrangiato.

Anche se è impopolare dirlo, la crisi delle classi dirigenti riflette – e quindi aggrava – la crisi della società nel suo insieme. E tuttavia, è chiaro a tutti che il tempo a disposizione è destinato a esaurirsi in fretta: per Macron come per la Merkel, il problema non è conservare ciò che ormai non regge più ma avviare una stagione nuova. Lo scenario che si è venuto a creare in Germana certo non aiuta. La cancelliera avrà difficoltà a formare un governo, dato che verdi e liberali non sono alleati facilmente conciliabili. Ma c’è ragione di credere che la sua grande esperienza, insieme alla autorevolezza di cui ancora gode e alla sua indiscussa rettitudine, la aiuteranno a superare le difficoltà che si trova davanti. Ma più che la formazione, il problema sarà la direzione di marcia del nuovo governo. Ci sono in particolare due nodi che Angela Merkel non potrà evitare di affrontare. A livello di politica economica, il governo tedesco ha seguito in questi anni i princìpi del cosiddetto ordoliberalismo. L’idea di fondo è la costituzionalizzazione dell’ordine liberale non solo in economia ma nell’intera società. Un modello all’origine del successo economico della Germania di questi anni, che si scontra ora con le sue contraddizioni: in primo luogo, la crescita economica - e persino la piena occupazione lasciata a se stessa in questo momento storico non elimina e anzi per alcuni aspetti alimenta il malcontento.

Il punto è che la crescita economica se non adeguatamente redistribuita è insufficiente. In secondo luogo, l’efficienza di per sé non produce società ma rischia al contrario di lacerarla. Dopo gli anni dello slegamento neoliberista, oggi è il tempo in cui è necessario rinegoziare – e qualificare – il legame sociale. A livello di politica europea, in questi anni la Merkel è stata scaltra nel tenere una posizione ambivalente: ha sostenuto Draghi e la sua politica monetaria espansiva senza mai abbandonare la cura degli interessi tedeschi (come dimostra il livello record raggiunto dal surplus commerciale tedesco); ha accettato il rischio di aprire ai migranti (anche avendo in mente i benefici economici di una tale operazione) senza però impegnarsi per la costruzione di una vera e propria politica europea su questo tema.

Il problema è che, in questo modo, è rimasta a metà del guado, senza mai riuscire ad assumere la leadership di una nuova Europa. Come se ancora una volta la Germania, nella persona della sua cancelliera, si ritrovasse prigioniera della propria storia: straordinariamente capace di diventare potente, ma al tempo stesso incapace di coagulare attorno a sé interessi e prospettive più grandi. Di certo, i recenti passaggi elettorali suonano come la campana dell’ultimo giro per le democrazie contemporanee: tra qualche anno o avremo imboccato la strada di un modello di crescita più equilibrato e capace di integrazione oppure ci esporremo al rischio di vedere crollare gli argini che pure hanno finora resistito. A quel punto, rotta la diga, i populismi dilagherebbero. Ecco perché non c’è tempo da perdere: occorre mettere insieme i pezzi migliori delle nostre società avendo il coraggio di pensare - e realizzare - il futuro. Speriamo che la Merkel, nel suo quarto mandato, riesca a dare inizio a un processo nuovo.

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