martedì 16 febbraio 2021
Nel mondo ci sono 1.500 cause aperte in 38 Stati. I cittadini chiedono ai loro Paesi obiettivi più ambiziosi per abbassare la temperatura della Terra. Un’azione in Italia
La nuova lotta per il Pianeta si fa nelle aule dei tribunali

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Mariana ha 8 anni e ama prendersi cura degli animali nella fattoria dei nonni insieme ai suoi fratelli, il diciassettenne Martim e Cláudia, che di anni ne ha 21. Sarà forse perché i pensieri di un bambino si leggono con la lente del futuro, ma nonostante l’età Mariana già si preoccupa per i cambiamenti climatici. Così come i suoi amici: André, di 12 anni, Sofia di 15 e Catarina di 20. E volevano fare qualcosa. Avrebbero potuto lavorare ad un’iniziativa simile a quella del 2018, quando tremila volontari hanno piantato 67mila alberi per ripopolare il bosco più antico del Portogallo – quello di Leiria, all’interno del distretto omonimo a nord di Lisbona dove abitano – devastato dagli incendi innescati dalla siccità. O magari ripulire dai rifiuti portati dall’oceano una delle lingue di sabbia di Óbidos, dove servono la popolare ginginha in commestibili bicchieri di cioccolato.

Fare di più, per 6 ragazzi in gran parte minorenni, sembrava davvero troppo. E invece Mariana e i suoi 5 amici si sono spinti fino a Strasburgo, citando 33 Stati davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo per il mancato rispetto degli impegni presi sul clima: tra questi, anche l’Italia. Una notizia da far sorridere gli adulti, pensando all’innocenza giovanile e alle belle speranze dei piccoli, prevedibilmente inoffensive nel mondo dei grandi: solo che a novembre scorso la Corte ha accolto il ricorso. Non è un caso isolato: la lotta per il clima è entrata nelle aule giudiziarie. Anche in Italia alcuni attivisti hanno smesso il mantello di Don Chisciotte per scegliere la toga degli avvocati: da noi è arrivato il “Giudizio universale”. Che è il nome della prima causa climatica intentata da cittadini e associazioni italiane contro lo Stato per spingerlo a rispettare gli impegni presi sul clima a livello internazionale. Tenete a mente questa espressione: causa climatica (in inglese, climate litigation). Nei prossimi anni saranno sempre di più, e ne sentirete parlare sempre più spesso.

«Esiste una via giudiziaria al cambiamento climatico che è in pieno sviluppo in tutto il mondo. Attivisti, fondazioni e associazioni private avviano cause davanti ai tribunali contestando agli Stati la mancata o inefficace attuazione delle politiche ambientali e quindi la violazione dei diritti umani», spiega Margherita Ramajoli, professore ordinario di diritto amministrativo alla Università Statale di Milano. «Il contenzioso climatico è un tipo speciale di lite strategica in materia ambientale», chiarisce Sara Valaguzza, professore ordinario di diritto dell’ambiente e della sostenibilità anche lei alla Statale di Milano, ed esperta di questo tipo di litigations. «Si intende un ricorso in cui l’oggetto del giudizio sia direttamente o indirettamente connesso al cambiamento climatico». Secondo le Nazioni Unite, nel 2017 erano 884 le cause di questo tipo in 24 paesi diversi: nell’anno appena concluso hanno toccato la cifra record di 1.550 in 38 nazioni. Sono mosse con l’intenzione di «far evolvere l’ordinamento giuridico e attribuire nuovi diritti, travalicando l’interesse delle parti in causa». Proposte da cittadini o associazioni, il motivo è sempre lo stesso: intervenire sulla riduzione dell’innalzamento della temperatura mondiale per proteggere l’umanità e l’ambiente.

Il primo e più noto è stato il caso Urgenda vs. Olanda: nel 2015, 886 olandesi hanno fatto causa al proprio Stato per non aver tagliato abbastanza le proprie emissioni di CO2, accusandolo di violazione dei diritti umani. Il 20 dicembre 2019 la Corte suprema ha accolto il ricorso e invitato il governo olandese a ridurre di almeno il 25% le proprie emissioni entro il 2020. Come se fosse esplosa una diga, le climate litigations hanno inondato le aule dei tribunali in Belgio, Canada, Colombia, Germania, Norvegia, UK, Nuova Zelanda. A luglio scorso anche i cittadini irlandesi hanno ottenuto la prima condanna del proprio Stato in una “causa climatica”, mentre in Francia l’istanza L’affaire du siècle ha appena raggiunto una sentenza storica: la condanna dello Stato a pagare un euro simbolico di riparazione per 'inazione' dinanzi ai cambiamenti climatici.

Negli Stati Uniti, il caso Juliana vs United States presentato da 21 ragazzi e dall’ong Earth Guardians nel 2015 è ancora in attesa di giudizio ma ha ottenuto grande attenzione pubblica. Davide contro Golia, giovani contro “dinosauri”, interessi forti sfidati in dibattimenti processuali. Storie così non possono sempre andare a buon fine: come in Svizzera, dove il contenzioso KlimaSeniorinnen, presentato da 1800 cittadine, è stato rigettato. Ma negli ultimi anni le cause climatiche hanno conquistato sempre più interesse, e sono arrivate anche da noi: attraverso il ricorso “Giudizio Universale” (https://giudiziouniversale.eu) circa 150 individui e soggetti collettivi hanno presentato la prima “climate litigation” della storia italiana. Gli organizzatori contano di depositare l’atto di citazione entro la prossima primavera. «In una fase storica come questa, di fronte all’insufficiente azione dei poteri pubblici – spiega ad Avvenire una delle promotrici, Marica Di Pierri – le climate litigations sono assurte come nuovo campo di battaglia utile alle rivendicazioni di giustizia e diritti legati al clima». Perché l’Italia? Parla un’altra delle campaigners, Lucie Greyl: «Per le sue caratteristiche geografiche, la sua morfologia e la posizione al centro del Mediterraneo è particolarmente vulnerabile all’aumento delle temperature e agli eventi meteorologici estremi. Abbiamo inoltre, come Stato, responsabilità storiche rispetto alle emissioni di gas serra». Cosa sperate di ottenere? «Spingere la corte – segue la Di Pierri – ad avventurarsi nel campo del diritto climatico, del tutto nuovo nel nostro paese, e in questo senso contiamo di spingere il sistema normativo e quello giudiziario a innovare approcci e strumenti». Come spiega ancora la prof. Ramajoli, «quando la causa è promossa contro lo Stato ciò che si vuole ottenere dal giudice non è un risarcimento economico, quanto costringere i governi ad adottare misure concrete: il contenzioso sui cambiamenti climatici ha un forte valore simbolico. Ogni singola riduzione delle emissioni di gas serra produce sempre un effetto benefico per tutti. Anche una piccola goccia nel mare può essere utile».

Specie se le gocce non sono isolate. Come afferma Greyl, «ci auguriamo che questo primo caso nazionale possa aprire il cammino ad ulteriori azioni legali climatiche in Italia». Ed è qui che secondo la Valaguzza si nasconde un limite intrinseco di questo strumento: «Il contenzioso climatico è certamente un passo fondamentale di consapevolezza collettiva, ma la sua crescita non mi pare solo un buon segno. Perché sposta il protagonismo di chi decide dalla politica sulla giurisdizione, senza che la giurisdizione abbia la possibilità di contemperare interessi complessi, rischiando così di sgretolare la tridimensionalità della sostenibilità: l’ambiente, la società e l’economia. Il luogo di questo contemperamento è l’azione amministrativa e l’azione politica, che hanno il compito di disegnare lo scenario di sviluppo del futuro del mondo».

La causa come monito per sollecitare il legislatore: la richiesta di una cura urgente, non la medicina in sé. In ogni caso, conclude la Greyl, «un’importante opportunità per indirizzare il dibattito pubblico sul clima su questioni poco discusse: quali sono le responsabilità della crisi climatica? Come minaccia i diritti delle persone e delle comunità? Qual è l’efficacia delle misure messe in atto? ». Risposte a cui è tenuto lo Stato, domande che le climate litigations fanno risuonare dalle aule giudiziarie a quelle “mediatiche”. Monito ad un’azione efficace e tempestiva in termini di policies sui cambiamenti climatici, urlato soprattutto da chi come la piccola Mariana vivrà nel prossimo futuro che le azioni presenti stanno disegnando.

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