venerdì 23 giugno 2017

Siamo e ci sentiamo figli di questa terra e questa cultura Nati nello stesso Paese, compagni di scuola e di giochi, amici. Basta fermarsi all’uscita di un istituto o sedersi su una panchina in un giardino pubblico per vedere quanto, negli ultimi anni, la popolazione della scuola italiana sia cambiata e di come il processo di interazione e partecipazione sia immediato, naturale, inevitabile. Si cresce fianco a fianco, si condividono le stesse letture, lo stesso percorso formativo, gli stessi luoghi di svago. Si condivide, semplicemente, la vita quotidiana.

Fisicamente è impossibile non notare e non riconoscere le diversità, ma questa non va mai considerata un ostacolo alla convivenza. Quando andavo a scuola io, non c’erano altri bambini di origine straniera, ma già allora sentivo discutere animatamente d’integrazione e cittadinanza. Il tempo è passato, e le discussioni su questo tema paiono ferme ancora lì. Il dibattito sullo ius soli temperato o ius culturae previsto dalla legge sulla cittadinanza ora all’esame del Senato sta assumendo toni allarmanti. Mi chiedo se queste persone siano mai entrate in una scuola pubblica, se si siano mai fermati nelle piazze e nei luoghi frequentati da bambini e giovani e li abbiano osservati mentre chiacchierano, esprimendosi spesso in dialetto stretto. Alla domanda “da dove vieni?”, c’è un’intera generazione di figli di migranti, me in primis, che risponde dicendo il nome della città italiana in cui vive, la sua città, e non la nazione d’origine dei genitori. La provenienza coincide con il luogo in cui ci si sente a casa, in cui si hanno ricordi, affetti, legami, senso di appartenenza.

Lo stesso vale per chi è arrivato in Italia ancora piccolo e ha compiuto i suoi studi in scuole del Bel Paese. Il problema pare quindi negli occhi di chi guarda distrattamente o non vuole affatto guardare. I figli dello stesso Paese meritano di essere trattati tutti nello stesso modo. Stessi diritti e stessi doveri, ma soprattutto stessa considerazione umana. L’Italia è per molti la madre naturale, la madre di sangue, per altri è la madre adottiva, la madre di cuore. Come si può pensare che qualcuno non ami la madre che lo ha accolto, cresciuto, custodito, formato e reso adulto? La vera cittadinanza è proprio questa, un percorso che comprende istruzione e formazione, ma anche fierezza e senso di appartenenza.

Quando si lasciano le proprie radici e si trova un terreno fertile, si diventa come un buon innesto in agricoltura. I figli dei migranti non danno per scontata la propria identità, desiderano e scelgono di essere italiani e per questo sentono così forte il desiderio di essere riconosciuti per quello che sono. Non si tratta, quindi, di “svendere” la cittadinanza, ma di riconoscere come italiani quelle persone che imparano ogni giorno l’italianità sui banchi di scuola, studiando la lingua, la cultura, la storia, l’arte, le tradizioni, respirando tutti i giorni l’aria dei borghi e delle città italiane.

Questo legame va nutrito, incoraggiato. È importante che i giovani ricordino ogni giorno che la pace e i diritti umani di cui godono sono frutto del sacrificio e dell’impegno delle generazioni che ci hanno preceduto, di chi è andato all’estero per lavorare e ha portato alta la bandiera italiana e di chi ha perduto la vita per unire il Paese e liberarlo. I nuovi italiani devono potersi confrontare con tutti gli altri italiani, specialmente gli anziani, e ascoltare le loro storie per essere ancora più consapevoli e fieri della nazione di cui si sentono già cittadini. Il mancato riconoscimento ufficiale di chi è italiano nel cuore diventa una discriminazione, un’esclusione immotivata.

L’Italia ha tutte le carte in regola per continuare a promuovere una cittadinanza vera, quella in cui c’è reciproco rispetto e riconoscimento e in cui la lealtà sia frutto di un sentimento puro, come quello che si prova nei confronti delle persone che si amano, familiari e amici. Molti modelli europei hanno dimostrato di essere fallimentari perché ci si è limitati a concedere cittadinanze solo sulla carta. Si è consentita la nascita di quartieri ghetto e di scuole, dove le classi sono composte solo da figli di migranti. Si è quasi favorito l’emergere di un’umanità di classe inferiore, con conseguenze anche drammatiche. Ma in Italia no. E questo conta.

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