venerdì 30 dicembre 2016

Lavoro, Sud e giovani: sono le tre “parole chiave” scelte ieri dal presidente del Consiglio Paolo Gentiloni in occasione della conferenza stampa di fine anno quali priorità per caratterizzare l’operato del suo governo. Un esecutivo che avrà necessariamente vita breve, anche nell’ipotesi estrema che resista fino alla scadenza naturale della legislatura, nel primissimo scorcio del 2018, ma che ha il diritto e il dovere di operare senza curarsi di questo limite.

A essere onesti però il lavoro, il Sud e i giovani, più che priorità sarebbero tre drammatiche emergenze del nostro Paese, e non certo da ieri, dunque è abbastanza naturale che un governo nato nella prospettiva della continuità con il precedente si faccia carico delle sfide più alte in un orizzonte di lungo periodo.

Guardare a questioni che sarebbe già impegnativo risolvere avendo a disposizione cinque anni di tempo non deve però far distogliere lo sguardo da ciò che è veramente urgente ed è già a portata di mano considerato che il Parlamento vi ha lavorato per mesi. Un esempio su tutti: il Reddito di inclusione e il Piano nazionale contro la povertà. Lo ricordiamo perché proprio ieri l’Alleanza contro la povertà, soggetto che raggruppa una quarantina di organizzazioni tra associazioni, sindacati e realtà del Terzo settore, ha lanciato un forte appello affinché non siano proprio i bisognosi a pagare il prezzo dell’instabilità politica. La scadenza non è casuale: tra poche ore l’Italia sarà l’unico Paese in Europa a non avere uno strumento per aiutare le persone in povertà assoluta, visto che dal primo gennaio anche la Grecia risolverà il suo “deficit” introducendo un sostegno pubblico a favore di chi vive in condizioni di miseria.

Nell’ultimo anno il Parlamento italiano si è mosso nella giusta direzione e ha compiuto passi avanti significativi per colmare questo vuoto avviando e quasi completando il percorso per la legge delega che deve portare al Reddito di inclusione e preparando il terreno per un Piano nazionale contro la povertà. Il Rei è un assegno mensile necessario a compensare la differenza tra il reddito che si percepisce e la soglia di povertà, unito a una serie di servizi sociali, sanitari o educativi e a strumenti vincolanti per essere attivi nel mercato del lavoro. A questo punto – e l’avevamo segnalato a crisi appena aperta, il 7 dicembre scorso, con Francesco Riccardi su questa stessa prima pagina – il timore è che quanto fatto finora si perda nella ridefinizione delle priorità e nella ricerca di nuovi assetti, sprecando il lavoro già fatto e le risorse stanziate.

Si tratta di un rischio che può essere fatto rientrare con poco, anche perché la “continuità” promessa da Gentiloni si è già manifestata in più occasioni, compresa la conferma dei 41 sottosegretari avvenuta ieri. È bene crederci, alla luce di quanto di buono c’era nella pur discutibile manovra del governo Renzi – dai bonus per la natalità agli interventi sulle scuole, dalle misure per il diritto allo studio alla cultura – e che va confermato, così come deve essere per altre riforme di carattere sociale – da quella del Terzo settore al Servizio civile. Ed è giusto sperarci anche in termini di risorse, nei giorni in cui alle banche si affidano quegli aiuti che ai poveri è così difficile concedere.

È il tema della povertà che più di tutti va iscritto in testa all’elenco delle urgenze. I poveri assoluti dal 2007 a oggi sono passati da 1,8 milioni a 4,6 milioni, mentre i cittadini a rischio povertà sono 17 milioni, quasi il 30% della popolazione. A farne le spese sono in particolare i giovani, i genitori con figli minori, chi vive al Sud. In sostanza chi sta dietro le “parole chiave” pronunciate dal premier – “lavoro, Sud e giovani” – cioè le persone che danno un volto e un significato alle belle parole della politica. C’è un ceto medio, soprattutto le famiglie con figli, che in questi anni di crisi ha sofferto ed è sprofondato avvicinandosi pericolosamente alla soglia della povertà, ed è giusto – come è stato ricordato – che abbia risposte. Ma c’è un livello ancora inferiore, l’area della miseria, dove è necessario predisporre al più presto quella rete di sicurezza che in Europa, da Capodanno, mancherà solo in Italia.

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