Ius culturae, l'assurdo capovolgimento e lo sciupìo che non dovrà più ripetersi
giovedì 28 dicembre 2017

Gentile direttore,

dovremmo tutti unire la nostra voce, la voce di chi ama e rispetta le istituzioni, la voce di chi ha un’idea alta e nobile della politica per chiedere al Presidente della Repubblica di posticipare di qualche giorno lo scioglimento delle Camere e di consentire al Senato di discutere la legge sullo Ius soli. Di fatto sono bambini, ragazzi per i quali la cultura e la lingua italiana definiscono più di ogni altro la loro identità, hanno frequentato le medesime scuole dei nostri figli, i medesimi giardinetti, le stesse parrocchie. Hanno visto gli stessi film e fatto la medesima raccolta di figurine. Se dovessero essere espulsi dove andrebbero? Sono italiani, a prescindere dal nostro riconoscimento di cittadinanza. Come noto esiste un accordo tra tutte le principali forze politiche perché le prossime elezioni si tengano il 4 marzo 2018. Un breve rinvio di due o tre giorni non comprometterebbe in alcun modo il rispetto di tale scadenza: il decreto di scioglimento deve essere pubblicato non prima di 45 e non oltre 70 giorni dalla data delle elezioni. Se dunque ciò avvenisse il 12 o il 13 gennaio (o anche la settimana successiva) ci sarebbe tutto il tempo per andare a votare il 4 marzo e rispettare il dettato costituzionale e legislativo. Ritengo, a ogni modo, che abbiano ragione coloro che sostengono che un tema così importante non avrebbe dovuto essere discusso in uno scampolo di tempo striminzito in coda a tutto il resto e che invece esso vada affrontato apertamente e lealmente nell’ambito di un dibattito parlamentare franco e trasparente. Non è detto che lo Ius soli alla fine venga approvato ma è giusto che se ne faccia una discussione in cui prevalgano le considerazioni di merito anziché le furbizie. Poi ciascun parlamentare si assumerà la responsabilità delle proprie scelte di fronte agli italiani e alla propria coscienza.

Celso Vassalini, Brescia

Il suo appello, gentile lettore, nel Paese e in Parlamento è condiviso da tanti e avversato da tanti altri. Ancora non riesco a capire come e perché una legge di giustizia come questa che mira a “riconoscere” l’esistenza di una condizione di cittadinanza acquisita per Ius culturae e per una forma temperata di Ius soli (ben diversa, per esempio, da quella “pura” degli Stati Uniti d’America) sia stata trasformata in una caricatura insopportabile: lo strumento per “regalare” la cittadinanza a stranieri alieni e ostili alla nostra cultura. Un capovolgimento totale, agevolato probabilmente anche dall’ostinazione nel chiamare semplicemente dello Ius soli – anche lei lo fa – una legge che tale non è. Non capisco, le dicevo, o meglio lo capisco in relazione alle prossime elezioni, e alla smania di usare tutto anche la vita degli altri (in questo caso quella dei nuovi italiani) nella battaglia per la conquista del potere. Lo capisco, ma non lo accetto. A metà dello scorso settembre quando c’era ancora tempo per discutere, eventualmente per correggere ancora (dopo le migliorie apportate in prima lettura alla Camera) e finalmente per varare una buona legge, lanciai con convinzione e speranza un appello a tutti e in specie a coloro che erano stati più silenziosi sulla questione: personalità dell’area liberaldemocratica e di una destra politica davvero patriottica e non tentata da parole d’ordine xenofobe. Qualcosa è accaduto, ma davvero poco, comunque non abbastanza visto l’epilogo della vicenda parlamentare.

Francamente, caro signor Vassalini, non so se ci siano ancora margini per un soprassalto di buon senso e di buon diritto. Temo e credo di no. Il tempo di questa legislatura è davvero scaduto e per un supplemento di lavori d’aula ci vorrebbe una concordia che tra i gruppi parlamentari non c’è. Però su un punto chiave sono d’accordo con lei, e questo infatti ho scritto su “Avvenire” del 24 dicembre: avrei preferito anch’io che il Senato dicesse “no”, piuttosto che vedere norme attese da più di tre lustri finire sul binario morto a causa di un’aula parlamentare desolatamente semivuota.

Ripeto norme su cui si ragiona da più di tre lustri e che la Settimana Sociale dei cattolici riunita Reggio Calabria propose con urgenza alla politica italiana nell’ottobre del 2010... E però mi è del tutto chiaro, e personalmente ne resto felice, che la nostra è una Repubblica parlamentare e che nessuno può imporre alle Camere priorità politiche e ordine dei lavori, neanche il Capo dello Stato (che, al più, avanza alti suggerimenti, motivando il suo avviso con un Messaggio). Dunque: sarei contento di essere smentito da fatti concludenti, ma non me lo aspetto più, qui e ora. Vedremo che cosa sarà in grado di fare il prossimo Parlamento: un problema di giustizia da risolvere e un’occasione per accrescere la forza della nostra cittadinanza restano tali, anche se si fa finta di dimenticarli, di non vederli, di travisarne il senso. E uno sciupìo di buone intenzioni, di giovani energie, di alti sentimenti e un’overdose di parole cattive come quelli a cui abbiamo assistito in questi mesi vorrei che non accadessero più. Lavorare per “incattivire” e rendere sospettosa e ostile l’Italia è il peggiore degli investimenti.

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