martedì 19 settembre 2017

Caro direttore,

desidero ringraziarti per la significativa ed efficace campagna di informazione che “Avvenire” ha condotto in questi mesi in merito al dibattito sullo ius culturae. La carrellata di volti, nomi, storie e speranze con cui quotidianamente i lettori del giornale hanno potuto confrontarsi, e a cui giustamente avete scelto di dedicare una straordinaria super-prima pagina nell’edizione di domenica scorsa, 17 settembre 2017, ha rappresentato innanzitutto un esempio di buon giornalismo. Un contributo serio e circostanziato alla formazione di un’opinione pubblica libera e informata.


Non è poco. Come in tanti altri ambiti della vita del nostro Paese, ma forse in questo in maniera particolare, si avverte sempre più forte, infatti, l’incidenza sulla società italiana di campagne di disinformazione e di tentativi di manipolazione della realtà che per ragioni ideologiche – o, peggio, per scopi tristemente strumentali – sfruttano la paura e il senso di smarrimento che è legittimo provare di fronte ai grandi cambiamenti della nostra epoca. E così diventa facile confondere le acque, mischiando notizie di cronaca nera e numeri sugli sbarchi, appelli all’identità nazionale e accuse di buonismo perbenista, eruditi discorsi sul concetto di cittadinanza e primordiali affermazioni sul diritto all’egoismo.

Quando invece, anche se sembra paradossale dirlo, per poter capire cosa c’è in ballo quando parliamo di ius culturae e di ius soli temperato basterebbe che ci aiutassimo tutti insieme a fare una cosa semplice: guardare la realtà che abbiamo attorno, cercando di leggerla con semplicità, profondità e sincerità. Sono tre caratteristiche, queste ultime, che come tutti sappiamo appartengono in maniera esemplare ai bambini, e che troppo spesso perdiamo diventando adulti.

Non a caso, sono proprio loro, i nostri bambini, i nostri ragazzi, i nostri giovani a insegnarci a vivere senza timori e senza pregiudizi la presenza in mezzo a noi di altri bambini e ragazzi provenienti dall’Africa, dal Sud America, dall’Asia. Sono loro i primi a domandarci perché questi loro coetanei devono rimanere diversi da loro, non possono essere e sentirsi italiani, europei, cittadini della città in cui vivono. Come presidente di un’associazione diffusa su tutto il territorio italiano, dalle grandi città ai piccoli paesi di montagna, lo posso dire con tranquillità: i tanti gruppi di ragazzi, giovanissimi e giovani che animano le nostre parrocchie, i nostri quartieri e i nostri paesi sono già pieni di migliaia di “non cittadini”, di figli di questa o di altre terre che desiderano crescere, formarsi, fare amicizia, innamorarsi e trovare il proprio posto nel mondo qui, in Italia, o forse domani in un altro Paese, esattamente come tutti i figli di genitori italiani.

È per questo che l’assemblea nazionale dell’Azione cattolica dello scorso aprile ha accolto la richiesta proveniente dai ragazzi dell’Acr di inserire, tra le proprie scelte, quella di impegnarsi a sostegno della possibilità che sia riconosciuta «la cittadinanza italiana a tutti i bambini che sono nati e vanno a scuola in Italia, anche se figli di genitori stranieri». Lo vogliamo fare, innanzitutto, contribuendo a offrire a tutti, piccoli e grandi, occasioni e strumenti per formarsi un’opinione su questo tema senza accontentarsi di stereotipi e falsità. Sono grato, perciò, a te e ai tuoi redattori perché le pagine di “Avvenire” hanno offerto davvero un buon servizio in questo senso.

* Presidente nazionale dell’Azione cattolica italiana

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