Guardate quegli occhi: ecco perché l'odio perderà
martedì 28 gennaio 2020

«Nessuno voleva sapere». Il bel volto segnato dal tempo di Edith Bruck, scrittrice e poetessa, su Sky testimonia a un gruppo di ragazzini di una scuola romana la sua storia. È una sopravvissuta ai lager nazisti, una dei pochi ancora viventi in Italia. Edith, 88 anni, ungherese, deportata a dodici anni, ha una voce calma mentre ricorda delle finestre del suo piccolo paese natale sbarrate davanti al corteo degli ebrei avviati ai treni, e della selezione, all’arrivo ad Auschwitz: quando lei si avvinghiò a sua madre con le unghie, e ne fu strappata. Miracolosamente scampata, si stabilì nel nostro Paese. Ma, ripete pacata, in quell’Italia degli anni Cinquanta «nessuno voleva sapere».

Non volevano sapere gli italiani, nel primo tepore di una pace ritrovata, del cibo abbondante, delle canzoni orecchiabili dei primi festival di Sanremo. Non volevano sentire di quegli orrori ora, che la vita ricominciava; e forse pesava in fondo ai cuori di alcuni il rimorso di non aver visto o capito – o di avere capito, e aver taciuto. Nemmeno gli ebrei sfuggiti alla deportazione, afferma Bruck, volevano sentire i racconti dei fratelli: troppo erano strazianti.

E dunque in quell’Italia degli anni Cinquanta, operosa, feconda, rinata, c’era come un buco di silenzio: nessuno voleva sapere. Settantacinque anni dopo la liberazione del campo di Auschwitz, l’anziana signora racconta la sua storia a delle scolaresche di ragazzini fra gli 11 e i 13 anni. In quell’età di passaggio in cui molti hanno ancora una limpidezza infantile, ma già il principio di una maturità da adulti. Straordinaria età, ora così calpestata dal mercato, dai social, dalla volgarità.

Eppure quei ragazzi, come stanno ad ascoltare. Il regista passa e ripassa sui loro volti: che occhi. Incredibilmente attenti. Qualcuno corruga la fronte, come davanti a troppo grandi domande. Qualcuno è attonito da tanto male. Qualche bambina ha gli occhi lucidi, in una pietà teneramente femminile. Non uno che bisbigli, o guardi altrove. È la prova di come ancora la memoria viva si trasmetta, da cuore a cuore, tanti anni dopo. È la prova, in quegli occhi di ragazzi, di come il cuore dell’uomo nel suo fondo non cambi, e sia sempre aperto ad accogliere anche il bene. Basta che un volto vero glielo testimoni. E allora quegli anni Cinquanta che a noi che non c’eravamo, o eravamo nati da poco, dànno nostalgia, immaginandoli fiduciosi e laboriosi, nel confronto con il nostro tempo frastornato e a volte disfatto, mostrano almeno qualcosa di positivo che oggi c’è, e allora non c’era.

Allora «nessuno voleva sapere niente», della Shoah, dell’Olocausto appena consumato. Oggi, pure nel vento di un antisemitismo e razzismo che rialza arrogante la testa, oggi le nuove generazioni sono disposte a sapere. Forse perché del tutto innocenti dei peccati collettivi del Novecento, forse proprio perché vergini di ogni ideologia, i figli dei figli sono disposti ad ascoltare ciò che è stato. E non c’è museo o dotta lezione che valga quanto la faccia di una sopravvissuta, su cui il dolore ha tracciato, ben leggibile, una fine tela di rughe. In nessuna, però, c’è traccia di odio o vendetta. «L’odio è veleno, ragazzi – dice –, non odiate nessuno». Dopo questi incontri, afferma Bruck, riceve molte lettere, bellissime. Quei figli colti nell’attimo in bilico fra l’infanzia e l’adolescenza possono trattenere certe parole, come la terra buona accoglie i semi. Chi non ci crede vada a guardare con quali occhi ascoltano la signora Edith, 88 anni, strappata bambina alla madre cui si aggrappava, ad Auschwitz.

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