Chi premedita il baratro
sabato 22 giugno 2019

Con un insperato soprassalto di saggezza, il presidente Trump ha fermato – con gli aerei già in volo – una rappresaglia militare contro l’Iran, colpevole di aver abbattuto un drone statunitense nello Stretto di Hormuz. Scatenare una guerra in Medio Oriente per un drone sarebbe stata senza dubbio una follia. Ma è evidente che la posta fra Teheran e Washington è ben più alta della perdita di un velivolo privo di equipaggio, il cui uso crescente da parte delle forze militari è motivato proprio dal suo essere "sacrificabile". In gioco ci sono i reali obiettivi che l’Amministrazione Trump vuole raggiungere, dopo essersi ritirata unilateralmente lo scorso anno dall’accordo nucleare stipulato dalla comunità internazionale con l’Iran. Si punta ora ottenere un nuovo e più vantaggioso accordo? Si tenta di costringere la Repubblica islamica a ridurre la propria sfera di influenza geopolitica nella regione (paradossalmente aumentata negli ultimi due decenni a causa degli errori strategici statunitensi)? Oppure – obiettivo massimamente ambizioso – si ha l’idea di abbatterla, provocando un cambio di regime? L’impressione è che non vi sia una risposta. Per lo meno una risposta univoca: nel caos eletto a sistema che regna alla Casa Bianca, si confrontano su questo punto linee diverse e divergenti. Per il momento, comunque, il presidente sembra ancora non volere un conflitto. La sua durezza sembra piuttosto mirata a spaventare l’avversario per costringerlo a trattare in condizioni di debolezza. Una tecnica molto amata da Trump, e che in alcuni casi ha pagato (si pensi al Messico e alla questione del controllo dei migranti irregolari).

Ma chiunque conosca l’Iran post rivoluzionario sa che questa è una strategia negoziale pessima, che può solo pericolosamente aumentare i rischi di conflitto. Perché dall’altra parte, a Teheran, i moderati aperti al dialogo sono stati umiliati e indeboliti dal voltafaccia americano sull’accordo nucleare, lasciando ancor più spazio di manovra ai falchi del regime. I quali ritengono che mostrarsi deboli o arrendevoli spinga solo a nuove e più vessatorie richieste da parte degli avversari. Da qui la decisione di rispondere colpo su colpo e, anzi, di far capire che un eventuale conflitto trasformerebbe il Golfo Persico, vena giugulare per l’energia del pianeta, in un inferno, considerate le capacità di guerra asimmetrica dell’Iran. Anche questa, una scelta pericolosa e stupida: perché così facendo si offrono pretesti per innalzare ulteriormente lo scontro. A complicare le cose vi è poi il fatto che troppi attori regionali, come Israele, Arabia Saudita e Abu Dhabi (la piccola agguerrita Sparta, come viene chiamata), sembrano sperare in uno scontro che inevitabilmente indebolirebbe Teheran.

Insomma, una miscela terribile che rende fin troppo reale il rischio che un errore, una provocazione improvvisa e non pianificata o un fraintendimento portino al disastro. Una situazione in cui tutto diventa verosimile e contestabile: è stata una provocazione iraniana, colpendo il velivolo in zona internazionale, o gli Usa stavano saggiando le capacità antiaeree di Teheran, volando all’interno del suo spazio? E allo stesso modo: sono stati gli iraniani a attaccare le petroliere, per minacciare il blocco del commercio del petrolio, o qualcun altro nella regione ha voluto addossare loro la colpa?
Il fatto che siano verosimili entrambi gli scenari dimostra la confusione che regna in Medio Oriente non solo fra i diversi contendenti, ma anche al loro interno. E rivela anche l’aspetto forse più pericoloso anche se meno evidente, ossia la mancanza di un tavolo negoziale e di canali certi e riconosciuti – al di là dei contatti "sotto la tovaglia" – per gestire gli incidenti. Questo è quanto potrebbero e dovrebbe fare l’Onu e, più ancora, la Ue. Entrambe, per motivi diversi, sembrano invece completamente marginalizzate e incapaci di agire quali mediatori. Due addormentate, forse neppure tanto belle, ma di cui la diplomazia internazionale sente terribilmente la mancanza.

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