mercoledì 7 dicembre 2016

Sono sempre i più deboli a pagare il prezzo più alto delle crisi. Ed è ciò che rischia di accadere anche oggi con le sempre più vicine dimissioni del Governo Renzi in seguito alla vittoria del No al referendum costituzionale e il (probabile) termine anticipato della legislatura per indire nuove elezioni politiche. Fra le diverse misure che rischiano di rimanere impantanate nelle crisi politica c’è infatti la legge delega per il contrasto alla povertà, il primo strumento di carattere universale per rispondere all’emergenza impoverimento degli italiani.

La norma è stata varata a febbraio dal Consiglio dei ministri e ha ricevuto il primo sì dalla Camera a luglio. Da allora è al Senato – impegnato questa settimana nella sessione di bilancio – dove in Commissione si stanno svolgendo ancora le audizioni preliminari alla discussione e al voto. Se verrà confermata l’intenzione di tenere le elezioni politiche al più tardi in primavera, l’eventuale scioglimento del Parlamento sarebbe imminente, forse già a fine gennaio. Il dibattito politico, inoltre, è fortemente orientato verso il tema di una nuova legge elettorale, propedeutica alla consultazione politica, e rischia di far finire in secondo piano qualsiasi altro provvedimento, compreso appunto la legge delega sulla povertà.
Per paradosso, ci si potrebbe trovare con gli stanziamenti (per quanto ancora limitati a 1,2 miliardi di euro) varati e disponibili grazie al via libera alla legge di Bilancio, ma non lo strumento attraverso il quale spenderli a favore dei poveri.

E tutto ciò proprio nel momento in cui la sirena dell’emergenza suona ancora più forte e chiara con la pubblicazione ieri del rapporto Istat sulle 'Condizioni di vita e reddito' degli italiani, nel quale si evidenzia come la recessione prima e la trasformazione delle moderne economie poi stiano lasciando sul terreno un numero sempre più alto di 'feriti': il 28,7% dei cittadini è a rischio povertà o esclusione sociale, pari a oltre 17 milioni di persone. Con il decisivo corollario che tra queste vittime (accertate e potenziali) dell’impoverimento ci sono in particolare le famiglie con tre o più figli minori e gli abitanti del Mezzogiorno, per i quali i rischi di cadere in miseria arrivano a superare il 50%. A fronte di queste cifre drammatiche, la classe politica è allora chiamata ad assumere due impegni di responsabilità corale. Il primo è quello a riscrivere le priorità e mettere subito in calendario al Senato l’approvazione della legge delega tramite una corsia preferenziale, per scongiurare l’ipotesi che rimanga lettera morta.

Ma neppure la definitiva approvazione al Senato della legge sarebbe sufficiente se non venisse assunto un secondo impegno di responsabilità a esercitare quella stessa delega. Perché diventi finalmente operativo uno strumento di contrasto alla povertà come il Reddito di inclusione, infatti, sarà necessario emanare i relativi decreti delegati e dar vita – assieme a enti locali e Terzo settore – a quella rete di interventi, al di là degli aiuti monetari, per favorire l’uscita dalla condizione di povertà, come politiche attive per il lavoro, cure sanitarie, sostegni sociali per i più fragili. Occorre cioè che le forze politiche assumano un solenne impegno – qualunque sia l’esito della consultazione elettorale – a portare a compimento e rendere finalmente concreto questo primo aiuto pratico e solidale a chi non ce la fa. Al di là delle differenze di valutazione politica, superando diffidenze e idiosincrasie. Uno dei (tanti) messaggi emersi dalla consultazione referendaria è la richiesta, da parte dei cittadini, di una maggiore attenzione alla condizione concreta delle persone in questa fase congiunturale. E quale difficoltà è più grande di quella che vivono coloro che non hanno di che mangiare regolarmente, abitare sotto a un tetto degno o assicurare il minimo vitale ai figli? C’è una priorità più priorità di questa?

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