Facciamo lieve l'«impronta»
giovedì 28 luglio 2022

Il Global Footprint Network ci informa che quest’anno l’Overshoot Day si anticipa di un giorno rispetto al 2021, passando dal 29 al 28 luglio. Cioè oggi. Una notizia negativa non solo perché preannuncia un aggravamento dello stato di salute del pianeta, ma soprattutto perché certifica che il nostro comportamento non è cambiato o sta addirittura peggiorando. L’Overshoot Day, conviene ricordarlo, indica il giorno in cui il nostro 'consumo di natura' raggiunge tutte le potenzialità biologiche e riproduttive di cui le terre fertili presenti sul pianeta sono capaci per l’anno in corso. Ai tempi in cui l’Overshoot Day cadeva attorno al 31 dicembre, c’era una situazione di sostanziale equilibrio. Ma oggi un pianeta non ci basta più. Ce ne servirebbe uno e mezzo.

La terra fertile presente sul nostro pianeta ammonta a 12 miliardi di ettari, ma i consumi complessivi ne richiedono ogni anno 22 miliardi, l’83% in più. Una situazione di squilibrio che si manifesta al tempo stesso sotto forma di penuria e di accumulo. Penuria di risorse agricole e forestali. Accumulo d’anidride carbonica e altri gas a effetto serra. Prima della rivoluzione industriale la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera era di 280 parti per milione. Oggi è di 420 parti per milione, la concentrazione più alta degli ultimi seimila anni, con conseguenze catastrofiche. Da quando la neve non copre più le nostre montagne e le piogge hanno smesso di cadere con regolarità, abbiamo imparato che il clima ha effetti stravolgenti anche per risorse che ci sembravano inesauribili. A cominciare dall’acqua che risponde anch’essa a meccanismi e tempi di rinnovabilità ben precisi. Leggi che se non sono rispettate ci colpiscono con inondazioni e siccità.

La strada per ritrovare l’equilibrio col pianeta si tiene su tre gambe, riassumibili nella sigla REC: rinnovamento, efficientamento, contenimento. Il rinnovamento riguarda in particolar modo il settore energetico, senza dimenticare quello agricolo. In ambito energetico la sfida è il passaggio dai combustibili fossili alle energie rinnovabili ricordandoci che il 60% dell’impronta ecologica, ossia della nostra richiesta di terra fertile, è per liberarci dall’anidride carbonica.

Secondo gli ultimi dati forniti dall’Agenzia Internazionale dell’Energia, l’80% dell’energia primaria utilizzata dall’umanità continua a provenire dai combustibili fossili. Carbone, petrolio, gas - come la guerra russo-ucraina ha reso evidente a tutti – stanno ancora alla base della produzione di energia elettrica, della produzione industriale, degli spostamenti in treno, auto, aereo.

E le emissioni di anidride carbonica continuano a crescere. Per la verità nel 2020 avevamo assistito a una loro flessione del 4,6% e ci eravamo illusi di avere finalmente invertito il senso di marcia. Ma nel 2021 abbiamo assistito a una rimonta del 6,4% e il nostro ottimismo è svanito. Neanche i Paesi a economia avanzata vanno meglio. In Italia, ad esempio, le risorse energetiche primarie continuano a essere rappresentate per il 74% da combustibili fossili. Idrico, eolico, solare e altre forme di rinnovabili si fermano intorno al 20%. La sfida per l’umanità è affrancarsi dai combustibili fossili, ma per riuscirci dobbiamo attuare una doppia rivoluzione. La prima: ottenere energia elettrica solo da fonti rinnovabili.

La seconda: sostituire tutti i mezzi di trasporto e di riscaldamento, garantendoci gli stessi servizi utilizzando energia elettrica ottenuta da fonti rinnovabili. Innovazioni che dovranno necessariamente coinvolgere anche l’agricoltura che però deve essere capace di attuare anche altre trasformazioni. Oggi, a causa di un esagerato uso di petrolio e di veleni, l’agricoltura fa strage di biodiversità e contribuisce, allevamenti inclusi, al 31% di tutti i gas serra. Un vero gioco al massacro. L’agricoltura deve riscoprire pratiche colturali forse meno produttive, ma capaci di futuro. Il che ci porta al tema dell’efficientamento che si pone l’obiettivo di preservare le risorse attraverso il riciclo e altre forme di risparmio. Un esempio è l’economia circolare che lentamente si sta diffondendo in ambito produttivo. Ma l’efficientamento deve diventare una pratica abituale anche nel settore abitativo e alimentare. Fra riscaldamento e corrente elettrica, gli edifici contribuiscono a circa il 30% delle emissioni di gas serra. Una quota che potrebbe essere ridotta considerevolmente se adottassimo criteri di costruzione più ecologici.

Per questo gli interventi di miglioramento energetico sul patrimonio abitativo rappresentano un asso portante della strategia di riduzione della nostra impronta ecologica. Ugualmente importanti sono i cambiamenti delle nostre abitudini alimentari, ricordandoci che il consumo di carne – lo ha appena sottolineato papa Francesco – è altamente dissipativo. A seconda del tipo di animale, servono da 25 a 7 calorie vegetali per produrre una caloria animale. Per questo la carne va limitata alle necessità di carattere proteico. Mangiarne per ricavarne calorie è come bruciare pezzi d’antiquariato per scaldarsi. Per ragioni di efficienza, le calorie vanno ricercate nei prodotti che la terra ci offre direttamente. Non solo cereali, tuberi, frutta secca, ma anche legumi che essendo ricchi in proteine possono sostituire la carne. Con sommo vantaggio per clima e suoli agricoli, considerato che gli allevamenti assorbono il 40% delle terre coltivate e contribuiscono, da soli, al 14% di tutte le emissioni di gas serra.

Venendo infine al contenimento, bisogna ammettere che si tratta di un concetto poco di moda nella nostra parte di mondo. Ma sappiamo che è inutile produrre in maniera più efficiente se poi moltiplichiamo i consumi. Se produciamo auto più leggere, ma ne mettiamo di più in circolazione, alla fine la quantità totale di materia utilizzata sarà cresciuta, non diminuita. La conclusione è che se vogliamo fare pace col pianeta dobbiamo imparare ad adottare pratiche di consumo che pur non facendoci mancare niente, ci permettono di ridurre il prelievo di risorse e la produzione di rifiuti. Per questo dobbiamo imparare a distinguere, come singoli e come comunità, l’utile dal superfluo.

Ed è proprio collettivamente che dovremmo impegnarci contro il più odioso dei consumi. Quello delle armi di cui conosciamo a malapena il fatturato, stimato, per il 2021, in 2.113 miliardi di dollari. In barba alla democrazia, nel cui nome facciamo anche le guerre, la produzione di armi è protetta da una cortina di segretezza che neanche i Parlamenti riescono a scalfire. Per cui ci sfugge quanto lavoro, quanti minerali, quanta acqua, quanta energia, sprechiamo per produrre questi strumenti di morte. Né sappiamo quanti rifiuti producano durante il loro ciclo produttivo. In tema di gas serra, tuttavia, alcuni studiosi hanno calcolato che l’apparato militare mondiale è responsabile di almeno il 6% di tutta l’anidride carbonica emessa a livello globale. Una vera follia che si trasforma in tragedia quando poi le guerre scoppiano davvero. Ma allora non c’è più molto da fare. Le guerre, al pari dei cambiamenti climatici, vanno prevenute facendo appello a tutta l’intelligenza e i valori morali di cui siamo capaci.

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