martedì 20 gennaio 2015
Caro direttore,
come sempre quando qualche problema particolarmente urgente tocca le famiglie e raggiunge una elevata soglia di criticità, mi rivolgo alla sua attenzione, sapendo di poter contare su di un ascolto incisivo ed efficace per sensibilizzare molte famiglie che non hanno percepito il rischio che stanno per correre. Non a caso “Avvenire” è già intervenuto con forza sul tema in sede di cronaca e di commento. Ma repetita iuvant. Notizie di stampa per nulla allarmate (“Avvenire” a parte) di hanno fatto dunque capire che le Banche popolari sarebbero state e forse ancora sono a forte rischio, nella ipotesi di un decreto che da domani (oggi, ndr), dovrebbe fare ordine nella complessa regolazione del sistema bancario. Colpisce il riferimento esplicito alle Banche popolari (a quanto pare, non più alle Banche cooperative), cioè a una parte importante di quei soggetti bancari che si pongono come “interlocutori amichevoli” capaci di capire, intervenire e facilitare la soluzione dei problemi di famiglie e piccole e medie imprese in un contesto socio-economico che le fa sentire schiacciate da una crisi pesante e prolungata.
Trasformare le Banche popolari tutte, ma proprio tutte, anche le non quotate in Borsa, in istituti simili alle Spa significherebbe cancellarne la logica fondativa, che le pone a fianco delle fasce sociali più fragili, laddove la relazione interpersonale, il rapporto di fiducia e una calcolata capacità di rischio rappresentano un insostituibile e decisivo “di più”. E questo mentre è sotto gli occhi di tutti la velocità con cui chiudono tante attività, compresse dalla concorrenza internazionale e sottoposte a una pressione fiscale ingestibile per un gran numero di loro. Il Papa, non per nulla, continua a indicare la necessità di riscoprire una economia a misura di uomo, perché è l’economia che deve stare al servizio della persona umana e non viceversa. Le Banche popolari e il Credito cooperativo, anche quando si associano in reti più grandi, mantengono la forza di una relazione personale nei confronti di “clienti” che si sentono accolti, in modo spesso incondizionato, perché legato a una logica solidaristica e personale che le grandi banche pèrdono di pari passo all’aumento di dimensione. Preservare le caratteristiche delle Popolari significa, perciò, difendere persone e famiglie, significa aiutarle a fronteggiare i lunghi periodi di disoccupazione, la difficoltà di fare fronte al mutuo per una casa comprata con difficoltà; ma significa anche sostenere la speranza di una coraggiosa imprenditorialità giovanile che, con idee ma scarsi o nulli mezzi, vuole misurarsi con nuove e inedite sfide. Se si soffocasse tutto ciò nell’anonimato, crescerebbe la possibilità per i “poteri forti” delle grandi multinazionali bancarie di allungare i propri tentacoli, esasperando il divario che separa una classe sociale “elitaria” (sempre più ricca e ristretta) e una classe sociale “popolare” (sempre più vasta e povera). Non è questa l’Italia che vogliamo. La ringrazio dell’attenzione che “Avvenire” sta dando al tema, anche con l’editoriale, bello e documentato, che ha affidato domenica scorsa al professor Leonardo Becchetti, e vorrei richiamare in modo chiaro e forte non solo l’attenzione del Governo (per questo ho scritto anch’io al presidente Renzi), ma anche delle famiglie, di tutte le famiglie. Perché i rischi di certe manovre le riguardano direttamente.
Paola Binetti - Parlamentare Udc di Alleanza Popolare
Oggi sapremo, cara onorevole Binetti. Sapremo se sono davvero infondate, come è stato fatto trapelare, certe anticipazioni che avevano provocato negli ultimi giorni, su piani diversi e complementari, molte preoccupazioni (compresa la sua condivisa da diversi suoi colleghi, compresa quelle di associazioni e movimenti, compresa la nostra). Sapremo se sono falsi e distorcenti i quadretti anti-Banche popolari e anti-Banche di credito cooperativo dipinti in una lunga vigilia del Consiglio dei ministri che sta per riunirsi. Vigilia segnata da manovre e chiacchiere ideologicamente interessate e anche un po’ lobbiste. Vigilia gravata dall’ombra dei tentacoli di grandi soggetti bancari senz’anima e senza patria. Tutto questo, si dice, non si realizzerà. Noi lo speriamo anche perché – ripeto ciò che abbiamo già scritto con lucida passione – qualunque operazione tesa a snaturare questo prezioso tipo di istituti bancari « differenti», che continuano una storia molto sana e molto italiana di buona e servizievole finanza, sarebbe incomprensibile e ingiustificabile. Anche per le motivazioni richiamate nella sua lettera. Che non sono frutto di un eccesso di allarme, ma di una scriteriata “lettura” delle misure in via di definizione che si è lasciata circolare. Se, dunque, l’esito della riforma annunciata – e denominata, secondo la discutibile ma dilagante, moda degli anglicismi, “Investment Compact” – dovesse infine comportare non la mortificazione bensì una sottolineatura della specificità buona delle “pure” banche del territorio, delle famiglie e delle piccole e medie imprese, non avremo esitazioni ad applaudire la scelta del Governo Renzi.
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