venerdì 1 settembre 2017
Il sistema politico di Daniel Ortega è in bilico tra populismo autoritario e clan oligarchico. Paradossale per un governo che ha nel proprio Dna un'insurrezione popolare contro una dinastia familiare
Così il Nicaragua sandinista si è arenato nel Gran Canal
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I piedi lottano con gli sterpi per avanzare. Ogni passo è una battaglia. Quando piove, però, la resa è inevitabile: il fango impedisce di raggiungere la foce del fiume Brito, sul Pacifico. Eppure, quando i lavori sono stati inaugurati, il 22 dicembre 2014, quel primo tratto di strada, lungo sei chilometri, doveva essere la metafora del 'nuovo Nicaragua' in marcia verso il futuro. A proiettarvelo sarebbe stato il 'Gran Canal' – grande canale – un’opera faraonica da 50 miliardi di dollari che, spezzando il Paese in due, avrebbe collegato in linea retta Atlantico e Pacifico. Come Panama e meglio di Panama, non si stanca di ripetere la retorica governativa, perché tre volte più grande e in grado di essere attraversato da navi portacontainer di 400mila tonnellate. Del resto, come diceva il cantore e simbolo dell’identità nicaraguense, il poeta Rubén Darío, «se piccola è la patria, uno grande la sogna». Quasi tre anni dopo, il sentiero fangoso sul Brita è l’unico segno tangibile del vagheggiato canale. Una metafora del Nicaragua attuale, in cui la 'rivoluzione sandinista' è impantanata nel 'danielismo'. Il termine è stato coniato dallo scrittore Sergio Ramírez, compagno d’armi e duro critico del presidente in carica: Daniel Ortega, appunto. Il cui sistema politico – eminentemente ambiguo – è in bilico tra populismo autoritario e clan oligarchico.

Un paradosso non da poco per un governo che ha nel proprio Dna un’insurrezione popolare contro una dinastia familiare. Al potere per 43 anni grazie al pugno di ferro e il sostegno di Washington, i Somoza amministrarono la nazione centroamericana come la propria ' finca' (fattoria). Fino al 1979. Il 19 luglio sono trascorsi esattamente 38 anni da quando il tenente colonnello Largaespada si arrese ai ribelli, riuniti nel Frente sandinista de liberación nacional. Un movimento nazionalista con venature socialiste, erede – come dice il nome – della lotta contro l’occupazione statunitense di inizio Novecento, guidati da César Augusto Sandino. Fra i nove comandanti rivoluzionari accolti da una moltitudine in festa a Managua, c’era anche Ortega, allora poco più che trentenne. «Eppure già il carattere autoritario e la tendenza ad azioni arbitrarie erano noti a quanti avevano un ruolo di rilievo nella formazione. Me compresa. Solo cercavamo di non criticarlo in pubblico per evitare divisioni. Tanto era solo uno dei vari leader», ha confessato, non senza amarezza, Gioconda Belli, scrittrice e esponente di spicco del movimento sandinista.

Ortega, però, riuscì a imporsi sugli altri. Fino a diventare l’'uomo inevitabile'. Certo, tra il presidente della giovane giunta rivoluzionaria e il 'dinosauro' che, nel 2014, ha cambiato la Costituzione per garantirsi la rielezione indefinita, ci sono di mezzo quattro decenni turbolenti e la fine della Guerra fredda. Un conflitto rovente nelle aeree periferiche del globo, specie in America Latina, che ne fu strangolata. Mentre l’Unione Sovietica corteggiava i sandinisti, gli Usa tentarono di destabilizzarli, finanziando i gruppi controrivoluzionari, i cosiddetti 'contrás'. Il massacro andò avanti per undici anni. Solo dopo la caduta del Muro di Berlino si trovò un compromesso. Con le elezioni libere del 1990. I sandinisti persero e Ortega lasciò, come pattuito, il potere. Per tornarvi – dopo tre successive batoste e alleanze controverse con gli ex nemici di un tempo, incluso uno degli ex capi della contrás, Jaime Morales Carazo – nel 2006. Determinato a restarvi. Accompagnato dall’ambiziosa moglie – nonché attuale vice-presidente – Rosario Murillo e dagli otto figli, prontamente nominati consiglieri in ruoli chiave della burocrazia statale.

Se la retorica di Ortega è cambiata poco, la politica s’è fatta nettamente liberista. Non a caso, il blocco che lo sostiene include i vertici del mondo imprenditoriale, corteggiato a forza di esenzioni tributarie. Il Paese del resto, nell’ultimo decennio, è cresciuto a tassi intorno al 4,4 per cento annuo grazie alle esportazioni di materie prime e agli investimenti esteri, abilmente sostenuti e protetti dal governo. Il benessere è rimasto, però, concentrato in poche mani: con metà della popolazione sotto la soglia di indigenza, il Nicaragua è il secondo Paese, dopo Haiti, più povero dell’America Latina. Il presidente, tuttavia, ha creato una serie di programmi assistenziali – come Plan techo e Hambre zero – che gli hanno assicurato uno zoccolo duro di sostegno fra le classi popolari. Spina dorsale dei sussidi sono stati i fondi forniti dall’amico Hugo Chávez. Quando il caudillo di Caracas nuotava nei dollari del petrolio, a Managua sono fluiti quasi cinque miliardi in dieci anni, attraverso l’impresa venezuelanonicaraguense Alba de Nicaragua.

Denaro che Ortega ha potuto amministrare liberamente, senza controllo pubblico. E lo ha fatto in chiave clientelare, denunciano i critici, inclusa buona parte del sandinismo storico, dal poeta Ernesto Cardenal all’ex comandante Dora María Téllez, oltre ai già citati Ramírez e Belli. La tremenda recessione in atto a Caracas, l’ha costretta ora a tagliare gli aiuti alle nazioni alleate. Ortega ha incassato il colpo sforbiciando qua e là alcuni programmi sociali. Non è, tuttavia, l’economia la sua principale preoccupazione. Dopo aver silenziato o allontanato le voci dissonanti all’interno sandinismo, il presidente ha messo fuori gioco i principali partiti di opposizione. Fatto che ha suscitato 'forti preoccupazioni' nei vescovi nicaraguensi. Alle ultime elezioni, il 6 novembre scorso, di fatto, s’è trovato senza rivali. Non sorprende, dunque, che si sia guadagnato senza sforzo il terzo mandato consecutivo e il quarto totale. Cioè fino al 2022: allora sarà stato per sedici anni ininterrotti al vertice, più di qualunque rampollo Somoza. Così, mentre El Salvador e il Guatemala, altre vittime collaterali della Guerra Fredda, cercano, fra mille contraddizioni e violenza feroce – frutto di quei conflitti sanguinosi e della presente infiltrazione del narcotraffico – di sciogliere il nodo della democrazia, il Nicaragua sembra incapace di discostarsi dal passato.

Lo conferma anche il fatto che i più grossi grattacapi per l’esecutivo – ora come all’epoca dell’insurrezione – vengano dalle aree rurali. Là sta crescendo un forte movimento di resistenza contadina in difesa della terra. A innescarlo è stato proprio il progetto del 'Gran canal', dato in concessione per la sua realizzazione – con una legge scritta e approvata in 72 ore nel 2013 – al magnate cinese Wang Jin. A quest’ultimo è stata concessa di fatto la facoltà di creare un’area sottratta alle leggi nazionali, espropriando 100mila famiglie, in gran parte indigene e situate in aree protette. Finora, il canale – che doveva essere pronto nel 2020 – è rimasto sulla carta, pare a causa delle disavventure economiche di Wang. In compenso, però, la minaccia di esproprio ha coagulato un composito fronte oppositore, guidato dal Consiglio nazionale di difesa della terra, del lago e della sovranità e dalla pasionaria contadina, Francisca Ramírez. Finora gli attivisti hanno realizzato 89 marce. E il malcontento monta. Alla foce del fiume Brito, le mucche hanno occupato il posto di gru e scavatori. La tranquillità bucolica del paesaggio, però, non deve ingannare. Sembra ancora lontana la profezia dello scrittore Julio Cortázar che – accorso dall'Argentina per sostenere i sandinisti minacciati dai contrás – scrisse: «Prima o poi questo sarà un luogo di pace e qui si costruiranno scuole. E sempre ci sarà gente per raccogliere tutte le arance».

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