Come pura libertà
domenica 14 ottobre 2018

«Amerò ancora e innanzitutto la verità, senza esitazioni, restrizioni, compromessi, come pura libertà e cordiale fortezza di spirito». Devo al vescovo Marcello Semeraro la personale "scoperta" di questo solenne e dolce impegno firmato da un trentaquattrenne Giovanni Battista Montini. Risale al 1931, nel pieno del servizio pastorale e dell’animazione culturale che don Montini stava rendendo come assistente degli universitari cattolici della Fuci, ed è contenuto nel prezioso testo dei "Colloqui religiosi". In esso si dice qualcosa di essenziale del cammino cristiano di un uomo e di un Santo, ma al tempo stesso si offre una ragione profonda e una regola sicura al mestiere di vivere di chiunque e, permettetemelo, indica un senso specifico e luminoso anche al nostro lavoro di giornalisti. Mi soffermo su quest’ultima constatazione, perché in quelle poche e fulminanti parole è come condensata tutta la saggezza, tutta la speranza, tutta la passione e tutta la misura che codici e manifesti deontologici s’ingegnano a consegnare alla consapevolezza degli uomini e delle donne che fanno informazione.

Sento di dover cominciare da qui per rendere omaggio a Paolo VI nel tempo, questo ottobre dell’anno del Signore 2018, in cui la Chiesa riconosce la sua santità. Noi, "gente d’Avvenire", abbiamo specialissimi motivi di riconoscenza e di affetto per il Papa "figlio di giornalista", che ha concepito e voluto (tra non poche difficoltà) il nostro giornale. E l’ha realizzato – come ha sottolineato papa Francesco incontrando il primo maggio scorso la nostra intera comunità di lavoro: giornalisti, poligrafici e amministrativi – come luogo di un «laicato che opera», con piena responsabilità e in comunione con i pastori. È grazie a lui se "Avvenire", quotidiano nazionale d’ispirazione cattolica, giusto mezzo secolo fa, nel 1968, ha ricominciato la bella e coraggiosa storia del giornalismo cattolico italiano, senza esaurirla in sé, ma sviluppandola. Uno sviluppo condotto, stagione dopo stagione, secondo la duplice e profetica intuizione di Paolo VI: contribuire a costruire autentica unità nella Chiesa e nella società italiana, coniugare la saldezza del radicamento nei valori e nei luoghi di vita e di fede del nostro popolo con l’apertura universale propria della cattolicità.

Per questo "Avvenire" è diventato un giornale (anzi ormai un articolato "sistema informativo") che con le parole del nostro tempo potremmo definire glocal, impegnato cioè a tenere «la lampada sopra il moggio», raccontando e interpretando la realtà tanto nelle sue esigenti dimensioni vitali e spirituali locali quanto nella sua ricca e sfidante globalità.

Quale altro compito avrebbe potuto del resto affidarci il grande «timoniere del Concilio Vaticano II», il Papa del dialogo lucido e aperto con la contemporaneità attraverso la testimonianza limpida e disarmata dei princìpi cristiani e la forza coinvolgente dell’umanesimo ai quali essi, pur nel tempo della secolarizzazione, continuano a dare anima? A quale altra chiarezza e fedeltà avrebbe potuto invitarci l’innamorato della verità e il santo "costruttore di ponti" che in tutto il suo intenso magistero, e sino davanti ai rappresentanti delle Nazioni riuniti nell’Assemblea dell’Onu, ha saputo presentare al mondo la Chiesa, sposa di Cristo, come «esperta in umanità»?

Nel 1971, quarant’anni dopo quell’impegno solenne e dolce ad «amare la verità» di un ancor giovane Montini da cui ha preso le mosse questa piccola riflessione, Paolo VI ricevette in udienza i nostri predecessori in questa redazione. Le parole che consegnò loro ci sono ancora di guida. "Avvenire", spiegò, in quanto giornale è, e deve saper essere, «centro di dialogo». Ma è, e deve saper essere, anche uno strumento «capace di rendere i cattolici uomini veramente buoni, uomini saggi, uomini liberi, uomini sereni e forti».

Parole da leggere, scandire e assaporare piano, perché Paolo VI è un "poeta di Dio" e un raffinato architetto della parola. Il primo aggettivo da lui usato è "buoni", e noi sappiamo quanto oggi la bontà sia denigrata e liquidata come "buonismo", ossia come debolezza. L’ultimo aggettivo, alla fine della progressione, è invece proprio "forti". È la bontà - disse allora e continua a dirci oggi Paolo VI - che conduce alla saggezza della vera forza, quella che costruisce e non distrugge, che accomuna e non contrappone, che unisce e non divide... E tra quei due aggettivi troviamo il terzo e quarto: "liberi" e "sereni".

Lavorare per "Avvenire", lavorare per l’avvenire, seguire da cristiani la parola e l’esempio del santo papa Paolo, è un impegno a servire la consapevolezza degli uomini e delle donne che si fidano di noi, perché tutti insieme siamo capaci di essere nel mondo una forza buona e serena, che libera. Non è semplice, ma è necessario in ogni condizione, e di più in tempi di parole dure, di amare delusioni e di aspri sospetti come il nostro. E ne vale la pena, ogni giorno.

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