giovedì 6 aprile 2017
Ritratto del presidente cinese, popolare ed elitario. Un nuovo Mao?
Il presidente cinese Xi Jinping (LaPresse)

Il presidente cinese Xi Jinping (LaPresse)

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Nel discorso in apertura del Congresso nazionale del popolo – il simil-parlamento cinese che a sua volta esprime in fotocopia aspirazioni, strategie e diktat del Partito comunista – il 5 marzo scorso, il primo ministro Li Keqiang ha inserito un numero record di menzioni del presidente Xi Jinping, più volte indicato come 'centro'. Un riconoscimento del ruolo di Xi in una Cina che vede avvicinarsi a ottobre il 19° Congresso nazionale del suo Partito comunista, evento che non solo aprirà il secondo quinquennio di mandato presidenziale (e da segretario generale del partito), ma chiarirà anche chi lo affiancherà nel previsto ricambio generazionale e – situazione inusuale – se Xi si orienterà a prolungare il suo mandato oltre il decennio. La Costituzione non lo prevedere per la carica presidenziale, mentre non ci sono impedimenti a che le cariche maggiori nel partito possano essere prorogate. Per questo vi è attesa per chi sarà chiamato nel Comitato centrale del Pcc e, ancor più, nel suo ufficio politico (Politburo) e nel suo organo più esclusivo (attualmente sette membri), in cui si concentra il reale potere nel grande Paese estremo-orientale: il Comitato permanente del Politburo.

Alle spalle di Xi Jinping (non a caso noto in Cina più per il suo ruolo politico che per le sue prerogative presidenziali), l’apparente pieno sostegno del partito che lo scorso ottobre lo ha acclamato «leader centrale» dandogli pieni poteri e chiedendo a quadri e funzionari obbedienza alle sue direttive. Confermandogli in sostanza un ruolo che nessuno statista ha avuto nell’ultimo ventennio. Finora almeno, tacitando il malcontento di chi preferirebbe una guida collegiale e teme la ripetizione degli eccessi di Mao. Non ancora nel mito, sicuramente il 63enne Xi Jinping ha oggi un potere equivalente a quello del Grande Timoniere, Mao Zedong. Con in più un’approvazione degli organi di partito e dello Stato che gli garantiscono piena legalità senza il curriculum 'eroico' o 'rivoluzionario' essenziale per la 'vecchia guardia' del Pcc, il cui influsso residuo si disperderà a ottobre proprio con il rinnovamento dei principali organi di partito. Più che 'centrale', Xi Jinping è ormai 'indispensabile', avendo accumulato tutte le cariche possibili, ma anche perché ha saputo rendersi insostituibile in un Paese in transizione, con ansie almeno pari all’orgoglio dei traguardi raggiunti. Ben 12 le sue attribuzioni ufficiali. L’ultima, quella di Presidente della Commissione centrale per lo sviluppo integrato militare e civile, assegnata alla fine di gennaio dopo la creazione della commissione che ha come scopo di «assicurare che il sistema industriale nazionale possa garantire le necessità delle forze armate».

In sintesi, Xi potrà decidere le scelte più opportune per garantire il meglio disponibile al suo apparato militare in via di ammodernamento e snellimento e che i risultati delle ricerche in ambito militare possano filtrare nel sistema produttivo. Un impegno che è sostenuto dal più elevato bilancio militare della storia cinese, ufficialmente per l’anno in corso di 152 miliardi di dollari. In rallentamento anch’esso, rispetto alla crescita degli anni scorsi, ma alla fine in linea con un ridimensionamento del sistema-Cina. Tra le molte cariche di Xi Jinping, primarie sono quelle di presidente della repubblica, di segretario generale del Comitato centrale del Partito comunista e quella di presidente della Commissione militare centrale. Cariche che gli garantiscono la guida di un partito egemone con 90 milioni di iscritti, dello Stato e delle forze armate. Il controllo della politica estera gli deriva invece dalla sua leadership del Gruppo di controllo centrale per gli Affari esteri. Xi ha inoltre un ruolo-chiave, a capo dei principali organismi che li presiedono, nei rapporti con Taiwan, nelle riforme, nella sicurezza nazionale, nello sviluppo informatico e controllo di Internet, nella modernizzazione dell’apparato militare, negli affari economici e finanziari. Da aprile 2016, quando si è presentato in divisa mimetica nella base operativa, segnalando il pieno controllo su ogni iniziativa delle varie armi in via di ristrutturazione, è anche Comandate supremo del nuovo Centro di comando congiunto dell’Esercito di liberazione nazionale.

Una concentrazione di potere che gli dovrebbe garantire un ruolo futuro. Che sia attraverso una sua permanenza sul trono politico oltre il 2022, oppure per il controllo che dietro le quinte potrà eventualmente esercitare sulla leadership del Pcc una volta esaurito il mandato, molto dipenderà dal numero degli alleati che riuscirà a collocare nei principali ruoli di partito prima del congresso autunnale, ma anche dalla percezione del successo delle sue politiche. Dal congresso di ottobre usciranno i nomi del suo successore e del secondo di grado nel Comitato permanente del Politburo, che – se confermati nell’ottobre 2022 – coincideranno nel marzo 2023 con quello di Presidente della Repubblica e di Primo ministro. Come era stato per lui stesso e per Li Keqiang nel 18° Congresso del Partito comunista dell’ottobre 2007.

Forse con un percorso più agevole, però. L’ascesa al potere di Xi si è infatti collocata in un momento di crisi del partito, la peggiore dalle settimane concitate che precedettero la strage degli studenti in Piazza Tienanmen a Pechino a inizio giugno 1989. L’avvio della sua leadership ha dovuto confrontarsi con la resistenza di Zhou Yongkang, ex membro del Comitato permanente, ex capo dell’azienda petrolifera di Stato e dei servizi di sicurezza interna e la vittoria di Xi sugli avversari ha visto epurazioni che hanno coinvolto personaggi di tutto rilievo, come lo stesso Zhou e il capo del partito a Chongqing, Bo Xilai, astro nascente. Le campagne di moralizzazione e la lotta alla corruzione, il gran numero di arresti e di condanne, ampiamente pubblicizzati e sostanzialmente bene accolte dai cinesi a loro volta esasperati per lo strapotere di funzionari e amministratori, hanno cercato il massimo consenso possibile, con lo scopo di mantenere il primato del partito, ma anche di garantire fedeltà alla sua leadership impegnata a evitare alla Repubblica popolare cinese una sorte simile a quella dell’Unione sovietica.

Sul piano economico, per i critici la sua guida ha mancato parecchi degli obiettivi proposti ai cinesi e le esigenze di controllo, stabilità e conformismo ideologico hanno in molti casi bloccato la liberalizzazione dell’economia. D’altra parte, accelerare sulle riforme in senso liberista da un lato, ridimensionare fortemente il sistema produttivo pubblico dall’altro, in un tempo di rallentamento della crescita, di difficoltà dell’export, di domanda interna stagnante, pongono pesanti rischi per il sistema. E a pesare è anche l’incognita-Trump, che ha dichiarato una 'guerra dei dazi' alle importazioni cinesi, che valgono una parte sostanziosa del deficit commerciale Usa, oggi attorno ai 500 miliardi di dollari. Uno scenario globale in trasformazione e in cui Xi, leader di un paese campione di protezionismo, è diventato paradossalmente il difensore della globalizzazione. Sicuramente, il ruolo e l’immagine della Repubblica popolare cinese in ambito internazionale hanno avuto sotto Xi un rilancio. La diplomazia cinese ha saputo giocare carta ideologica, esigenze interne e di partecipazione globale, rispetto delle regole e azioni unilaterali in un modo che rispecchia lo stile del suo leader: spregiudicato ma senza eccessi, rilassato ma incisivo, popolare e elitario. Alla fine, per molti, 'imperiale'.

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