sabato 24 giugno 2017

Soffocati da un bacio, l’espressione massima dell’intimità, della qualità relazionale e quindi della fiducia. Duecentomila soci delle ex Popolari venete sono finiti sul lastrico per il meccanismo perverso delle «operazioni baciate», come si chiamano in gergo: ricevere finanziamenti a tassi agevolati per metter su casa, ristrutturare il capannone o svecchiare i macchinari, accettando in cambio di comprare in molti casi con quegli stessi affidamenti le azioni degli aumenti di capitale. Per Veneto Banca e Popolare Vicenza, attenzione, titoli non quotati in Borsa, e quindi ancor più rischiosi, visto che a fissarne il prezzo non è il mercato, bensì i medesimi istituti.

Fino a che la marea sale, il meccanismo funziona a meraviglia, eccome se funziona, e sono tutti soddisfatti e più che rimborsati. Quando l’acqua comincia a scarseggiare, invece, la moria di pesci, piccoli o grandi che siano, è quasi assicurata.

Ricostruire la fiducia a Nordest e per certi versi nell’intero sistema creditizio, tale è la batosta, sarà adesso la sfida più difficile per chi si ritrova a gestire la crisi, Governo e Intesa SanPaolo in primis. Perché la fiducia è un bene impalpabile, non si “sottoscrive” mettendo la firma in calce a un contratto, ma resta l’unica merce per la quale – è la lezione del Nobel Kenneth Arrow – «lo scambio nel mercato sia tecnicamente possibile o abbia un significato».

Il fallimento delle Venete, come sempre accade per le istituzioni finanziarie, ha radici lontane, in una fase di euforia ubriacante, quando sembra che il valore dei soldi aumenti miracolosamente da solo. Ed è una cattiva novella di fiducia tradita sin dall’incipit e di regole ambigue all’epilogo. Nel ricco Triveneto degli anni Novanta e Duemila si vendevano allo sportello azioni non quotate e concedevano prestiti di favore così come negli Stati Uniti, con la stessa spregiudicatezza, l’alta finanza impacchettava mutui subprime. Lo scoppio della bolla speculativa statunitense, oramai è noto, ha scatenato nel 2008 una crisi del debito privato. Il contagio all’Europa l’ha trasformata però in una crisi dei debiti pubblici e dunque anche dei principali acquirenti di titoli di Stato: le banche. Come un boomerang, la crisi si è così abbattuta nuovamente sul debito privato.

In quella fase si ritenne che il nostro sistema, di fatto poco esposto alla tempesta dei derivati, non necessitasse di aiuti organizzati. A differenza di Spagna e Irlanda, cioè, obbligate ad accettare programmi di salvataggio internazionali quando si rivelarono incapaci di finanziare pulizie miliardarie dai titoli tossici, l’Italia non ha mai condotto una revisione radicale delle sue istituzioni finanziarie. Eppure il passivo accumulato dagli istituti all’acme della febbre superavano i sessanta miliardi di euro. Queste perdite hanno finito per portare il patrimonio a livelli tali da non garantire più la solidità delle banche.

A rinforzare il capitale ci hanno pensato, da soli e con grandi sforzi, i colossi di casa, Unicredit e Intesa su tutti, grazie a una gestione sana e alla fiducia accordata da azionisti e mercato. Chi aveva giocato sporco invece, si è ritrovato con le spalle al muro. In casa Montepaschi, per le quattro banche salvate nel dicembre 2015 e, ora, per Veneto e Popolare Vicenza, i nodi dei comportamenti tacciato ora come fraudolenti, e perpetrati dai rispettivi vertici in un ventennio, sono venuti al pettine. Gli azionisti “traditi” non hanno più dato la loro disponibilità a finanziare gli aumenti necessari per rafforzare base e coefficienti patrimoniali. A Montebelluna e Vicenza si è capito che il valore delle azioni rifilate in cambio di affidamenti e mutui era stato gonfiato a dismisura, senza controllo: oltre 60 euro nel 2014 per Veneto Banca, quasi 40 per la Vicenza. Impossibile per i soci liberarsi prima dalle azioni: non c’era un mercato a cui venderli.

La trappola perfetta. Quando lo scorso anno il Fondo Atlante ha provato a ricapitalizzare – purtroppo senza successo – i due istituti, il valore di quei titoli è stato stimato in dieci centesimi cadauno.

Troppo tardi, comunque. Perché nel frattempo la crisi di fiducia è diventata una crisi di disponibilità liquide. La fuga dei depositi è cominciata la scorsa estate: il 31 dicembre 2016 l’indicatore della liquidità era già precipitato al 37,9% dal 113,3% del giugno precedente. A febbraio, quest’anno, è stata emessa un’obbligazione da 3 miliardi con garanzia dello Stato per riportare il parametro almeno sopra il livello minimo del 90%. Ma si è rivelata solo una toppa incapace di arginare il deflusso. La gente veneta ha iniziato a non fidarsi più, a ritirare gli “schei”, quelli rimasti, a spostarli altrove o a metterli sotto il materasso. “Portare via clienti alla Vicenza è facile come vendere gelati di fronte alle elementari”, ha raccontato qualche tempo fa il dipendente di una banca concorrente. Il tradimento della fiducia, complice un quadro regolamentare in perenne mutamento, con continui rimpalli negli ultimissimi mesi fra Roma, Francoforte e Bruxelles, ha così portato con un’accelerazione inesorabile alla liquidazione delle due banche.

Il compito di Intesa SanPaolo, ora, sarà soprattutto quello di ricostruire in un territorio psicologicamente ferito la qualità delle relazioni fra i risparmiatori e il sistema del credito. Le perdite per soci e in parte per gli obbligazionisti resteranno brucianti, anche con eventuali antidolorifici sul modello Mps per provare a rendere meno traumatica la pillola a chi ha in tasca bond subordinati. Ma il tessuto economico fatto di piccole e medie imprese, famiglie e professionisti non si liquida in maniera coatta. E merita quanto meno regole chiare dopo una fase di incertezza a tratti disarmane. «La saggezza del mondo insegna che è cosa migliore per la reputazione fallire in modo convenzionale anziché riuscire in modo anticonvenzionale», scriveva nella Teoria generale del 1936 Keynes.

Il Nordest è abituato a rimboccarsi le maniche e a ripartire. Lo ha fatto tante volte. Riuscirà a farlo a patto che venga ripristinata la fiducia, questa sì un’azione che non ha prezzo. Il ruolo di Intesa per come sarà in grado di gestire insieme al Tesoro l’«ordine del fallimento» – dal nodo esuberi al rilancio degli asset buoni – sarà dunque la sfida più grande. Una sfida di trasparenza e chiarezza che avrà ricadute positive, qualora fosse vinta, sull’intero Paese.

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