domenica 12 marzo 2017
Nelle elezioni di mercoledì il Pvv, xenofobo e anti-Ue, si gioca il primato: i suoi slogan hanno dettato l'agenda politica
Geert Wilders (Pvv) tra gli elettori (Ansa)

Geert Wilders (Pvv) tra gli elettori (Ansa)

Un muro di silenzio. Ecco quello che ci si trova davanti quando si prova a mettersi in contatto con il partito che non c’è. Quel partito che alle elezioni olandesi di mercoledì prossimo rischia però di dare una spallata all’Europa, facendosi sentire alla stregua di un bulldozer. Le bordate del suo leader, attentamente razionate, sono destinate a provocare rabbia e guadagnarsi i titoli di Tv, giornali e siti Web. Soprattutto, hanno l’obiettivo di colpire gli istinti e le paure più profonde di un elettorato che, a dispetto di una buona crescita economica, sembra farsi sedurre dagli slogan sulla chiusura delle frontiere, l’Europa corrotta e il «pericolo dell’invasione islamica».

Geert Wilders, per i giornali di mezzo mondo il “Trump olandese” anche se è in politica da ben prima del presidente Usa, ovvero già da due decenni, è l’artefice di una delle maggiori storie di successo della politica-spettacolo del nostro tempo. Perché è vero che il suo Partito per la libertà (Pvv) non ha ancora vinto un’elezione – e non è detto ci riesca nemmeno stavolta – ma è riuscito comunque a imporsi nel panorama mediatico e a dettare l’agenda politica. Se poi mercoledì supererà nelle urne i liberali del Vvd del premier uscente Mark Rutte, diventando primo partito nei Paesi Bassi, a Bruxelles la temperatura è destinata a salire, anche in vista delle successive presidenziali francesi. Ma se anche non fosse così, sottolineano diversi analisti osservando gli ultimi sondaggi che lo danno in ribasso, il Pvv avrebbe comunque vinto. «Gli altri partiti hanno compiuto drammatiche svolte a destra - ammette Matthijs Rooduijn, sociologo dell’Università di Utrecht –. Wilders ha cambiato la politica olandese». Lo stesso Rutte ha più volte imitato la retorica sull’immigrazione di Wilders, capace di trasformare le minacce contro di lui (è sotto scorta dal 2004 perché nel mirino dei fondamentalisti islamici) in un allarme globale. E tanti altri partiti minori non hanno esitato ad abbracciare euroscetticismo e proposte dure sul controllo delle frontiere.

Il capo del Pvv Geert Wilders (Lapresse)

Il capo del Pvv Geert Wilders (Lapresse)

Tra le bizzarrie del Pvv c’è che Wilders ne è, oltre che il fondatore, anche l’unico iscritto. Sia i suoi deputati nazionali che i rappresentanti locali, infatti, non sono membri di un partito che resta a tutti gli effetti nella piena e unica disponibilità del suo leader. Come Trump durante la campagna elettorale Usa, Wilders preferisce controllare un account Twitter più che un apparato di partito, potendo mantenerne così il più stretto controllo invece di trasformarlo in un meno sorvegliabile movimento di massa. Un partito “virtuale”, che non c’è. E in cui solo un’altra persona oltre a Wilders ha diritto di parola: Martin Bosma. «È lui il cervello, l’ideologo», evidenzia Geert Tomlow, ex candidato parlamentare della formazione populista. I due si sono conosciuti alla fine del 2004. Poche settimane prima, Bosma, che viveva nella zona est di Amsterdam, era capitato casualmente sul luogo dell’omicidio del regista Theo van Gogh, ucciso per strada dall’estremista islamico Mohammed Bouyeri. Sul posto Bouyeri aveva lasciato un foglio di minacce contro lo stesso Wilders, all’epoca isolato politicamente dopo aver fallito nel suo tentativo di far virare a destra quello che era allora il suo partito, lo stesso Vvd dell’attuale premier Rutte.

Bosma, dotato di una penna caustica, cominciò a scrivere i discorsi di Wilders, ne divenne lo stratega e il responsabile delle operazioni su Internet. Alle elezioni del 2006, il nuovo partito, il Pvv, raccolse il 5,9%: undici anni dopo punta a triplicare quella soglia e a sorprendere le formazioni tradizionali con i suoi messaggi semplicistici diretti a “Henk e Ingrid”, gli elettori comuni olandesi da colpire a suon di slogan.

I musulmani sono il primo obiettivo. Nella visione di Wilders, gli immigrati islamici sono visti alla stregua di truppe di una secolare guerra tra l’islam e l’Occidente. Il leader xenofobo conduce la sua battaglia protetto da un dispositivo di sicurezza che ne rende difficili gli spostamenti, suonando l’allarme sui «terroristi di strada» (i giovani immigrati), i «palazzi dell’odio» (le moschee) e le «bombe di testosterone» (i richiedenti asilo). Ma negli anni sono aumentati anche gli slogan contro le élite corrotte, la burocrazia di Bruxelles, la necessità di uscire dall’Unione Europea.

In campo internazionale i richiami ormai sono al Front National di Marine Le Pen, alla Lega di Matteo Salvini, ad Alternative für Deutschland di Frauke Petry. Lo scorso 21 gennaio i quattro si sono incontrati a Coblenza, in Germania: dopo la Brexit e la vittoria di Trump negli Usa, l’orizzonte è la fine dell’Europa così come la conosciamo. Da perseguire facendo leva magari proprio sui contatti negli Stati Uniti.

A luglio Wilders era presente a Cleveland alla Convention repubblicana che ha candidato Trump alla presidenza grazie ad un biglietto offertogli dal senatore del Tennessee Bill Ketron. Qui il populista olandese ha parlato a un evento insieme al polemista dell’ultradestra Milo Yiannopoulos. Tra i suoi legami più forti negli Usa quelli con l’attivista antiislamica Pamela Geller e con l’ereditiera Nina Rosenwald, fondatrice di quel Gatestone Institute accusato di islamofobia. Poi c’è il neocon Daniel Pipes, il cui forum ha pagato a Wilders anche le spese legali durante i suoi processi per le accuse di incitamento all’odio, costate al leader del Pvv una recente condanna. Forte anche il legame con Breitbart news, il sito diretto fino a poco tempo fa da Steve Bannon, capo stratega di Trump: Wilders ha scritto per Breitbart ed è stato frequentemente intervistato dal sito.

Difficile capire come le connessioni con questa galassia possano avere un’influenza sull’elettorato olandese, ma certo è che sono anche questi rapporti ad aver aiutato Wilders a tenersi a galla nei momenti difficili e ad accrescere la sua figura fino a poter aspirare, ora, alla vittoria elettorale. Anche se poi trovare alleati per formare una maggioranza di governo sarebbe per il leader populista una missione quasi impossibile. Forse sembra esserne consapevole lui stesso. Il suo programma conta appena una pagina e riguarda solo l’islam. «Il suo obiettivo non è chiaramente quello di far parte dell’Amministrazione – sottolinea Koen Vossen, autore del saggio “The Power of populism” –. Per Wilders la politica è stare in Parlamento, non al governo, in modo da determinare l’agenda politica e influenzare i partiti tradizionali». Anche altri analisti concordano che l’esito delle elezioni dovrebbe semmai confermare il trend della frammentazione politica in Europa, che rende sempre più difficile la formazione di governi politicamente stabili e coerenti.

Di certo chi non voterà per Wilders è suo fratello, Paul, con cui il leader populista ha tagliato i contatti dopo che questi di recente lo ha criticato pubblicamente su Twitter. «Sta facendo un gioco pericoloso – sottolinea Paul –. I musulmani sono il suo capro espiatorio. Ma l’obiettivo è semplicemente il potere politico».

3. Fine. (Le precedenti puntate sono state pubblicate il 5 e il 9 marzo)

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