lunedì 29 luglio 2019
Appello dei fratelli del gesuita di cui si sono perse le tracce in Siria sei anni fa. «Il ritrovamento della sua valigia tenuto nascosto per 4 anni. Mai interrogato il segretario. La speranza è viva
Foto Ansa

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Sei anni senza abuna Paolo. Era il 29 luglio 2013 quando il gesuita padre Dall’Oglio veniva rapito a Raqqa, in Siria, da jihadisti vicini ad al-Qaeda. Sei anni dopo i fratelli Francesca, Immacolata e Giovanni rilanciano l’appello «per inceppare il meccanismo di silenzio, per allontanare da noi la percezione che Paolo sia stato oggetto di strumentalizzazione e interessi politici, non necessariamente italiani». E per fugare il timore, sottolinea Amnesty International, che «non sia stato fatto tutto il possibile».

Due gli episodi che hanno minato la fiducia: nessuno ha comunicato alla famiglia, per quattro anni, il ritrovamento della valigia del gesuita; e nessuno ha interrogato il suo segretario, con lui fino a due giorni dalla scomparsa. Ora gli Usa annunciano che daranno fino a 5 milioni di dollari in cambio di informazioni su padre Dall’Oglio e altri quattro religiosi cristiani rapiti. «È un fulmine a ciel sereno che riaccende le speranze almeno di sapere cosa è successo». Sei anni di annunci e smentite, dunque, ma senza notizie. «C’è bisogno di più trasparenza e coordinamento», dice la sorella Francesca, che chiede indagini sul campo ora che da Raqqa, da un anno e mezzo, sono state cacciate le milizie del Daesh.

«Il silenzio non vuol dire necessariamente che mio fratello Paolo sia morto – dice Francesca Dall’Oglio – perché può essere ancora vivo. Noi non abbiamo nessuna conferma, né vivo, né morto». Ma molti interrogativi. «Perché non è stato sentito il segretario di Paolo? E perché non si è ricostruito bene l’iter di questa valigia una volta che è stata ritrovata? Il cammino di questa sacchetta è qualcosa che ha interrotto un po’ dentro di me il cammino di fiducia avviato con chi se ne doveva occupare». La notizia della valigia esce a luglio 2017 su una testata francese che parla di bagagli lasciati a Raqqa da Paolo, portati al consolato italiano di Gazantiep, in Turchia. «Per noi è stato un fulmine a ciel sereno. Il consolato poi non esisteva. Siamo poi riusciti a sapere che questa valigia era arrivata a un fuoriuscito in Francia e noi eravamo pronti ad andare da lui».

Il francese spiega di avere dato la valigia ai servizi italiani: «Solo allora ci è stato detto, scusandosi, che in effetti era arrivata ai servizi italiani e poi era finita in un sotterraneo per il magistrato Sergio Colaiocco che si occupa del caso. Abbiamo fatto istanza e abbiamo avuto la sacchetta». Nulla di determinante: foglietti, un portafoglio, uno zucchetto, telefonini con sim scadute illeggibili. «La speranza è viva – dice Immacolata – perché noi siamo malati di speranza. Alle volte tutto può succedere, ma Paolo non è più nelle nostre mani».

Per Francesca «è un appiglio, una speranza» anche la recente lettera riservata del Papa sulla situazione umanitaria a Idlib, che chiede anche la liberazione dei prigionieri politici. La verità, dunque. «Paolo avrebbe sicuramente voluto che ricordare lui servisse a ricordare tutti», dicono le sorelle: «Tantissime altre famiglie vivono il dramma incredibile di non sapere cosa sia successo, dice Riccardo Cristiano, già inviato Rai in Medio Oriente, presidente dell’Associazione Giornalisti amici di Padre Paolo Dall’Oglio. All’incontro interviene anche il segretario dell’Usigrai Vittorio Di Trapani per dire che «oggi più che mai si avverte la mancanza di persone come padre Paolo, che da giornalista scriveva contro la cultura dello scarto denunciata da papa Francesco, oggi che la fabbrica dell’odio lavora incessantemente. Sta a noi giornalisti chiedere la verità, portare le telecamere dai Paesi da cui si fugge. È l’unico modo per abbattere muri e costruire ponti, ridare ai profughi ridotti a numeri la dignità di persone».

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