sabato 7 febbraio 2015
Presidi militari davanti a migliaia di siti a rischio, dibattito aperto sulla laicità, inchieste sulle complicità agli stragisti... E il Paese si interroga sulle ampie zone di "apartheid" territoriale e sociale. Daniele Zappalà
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Un mese dopo gli attentati jihadisti a Parigi del 7, 8 e 9 gennaio che hanno provocato 17 morti, la Francia resta un Paese sotto choc e costellato di presìdi militari speciali davanti a migliaia di siti a rischio, come luoghi di culto, scuole confessionali, siti turistici, stazioni, aeroporti, ambasciate. Dopo una gestione della crisi senza sbavature, tutti gli indici di consenso del presidente socialista François Hollande e il premier Manuel Valls hanno registrato un’impennata. I vertici istituzionali hanno reagito alle stragi anche promettendo un insegnamento più assiduo della laicità nelle scuole. Ma intanto, ha suscitato aspre polemiche l’invio in commissariato di bambini come Ahmed, appena 8 anni, che a Nizza aveva risposto al suo maestro di essere dalla parte dei terroristi. I sindacati di magistrati e Ong come Amnesty international denunciano provvedimenti «ciechi e sproporzionati». Intanto, gli atti «islamofobi» denunciati, come spari intimidatori o l’esplosione di ordigni davanti a moschee, hanno superato nel solo mese di gennaio il numero di casi recensiti in tutto il 2014. Il settimanale satirico Charlie Hebdo, teatro e bersaglio della strage del 7 gennaio, ha ricevuto un’ondata di solidarietà nazionale. Gli abbonamenti sono passati da 10 mila a 200 mila. Mentre proseguono le inchieste sulle complicità attorno agli stragisti, il Paese s’interroga sulla genesi del sottobosco jihadista presente negli stessi quartieri della capitale. Il premier Valls ha riconosciuto che nel Paese esistono forme di «apartheid» territoriale e sociale che occorre superare. E in proposito, noti intellettuali come il demografo Emmanuel Todd hanno avvertito sul fatto che i 4 milioni di manifestanti scesi in strada l’11 gennaio contro l’orrore «non sono rappresentativi della società francese», in realtà molto divisa. Altri studiosi invitano Parigi e le altre cancellerie europee a non limitarsi al fronte repressivo, ma ad agire pure su quello geopolitico e diplomatico: «Temo la nostra incapacità di affrontare le cause profonde del jihadismo nel Mediterraneo», dice Didier Billion, vice-direttore a Parigi dell’Iris (Istituto per le relazioni internazionali e strategiche). 
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