venerdì 27 dicembre 2013
Bufera sul premier per lo scandalo mazzette: sostituiti quattro ministri a tre mesi dal voto amministrativo. Il Pm rimosso denuncia: bloccata una nuova inchiesta.
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Il rimpasto di governo sembra non poter salvare il “sultano” Racep Tayyip Erdogan. L’opposizione, non soddisfatta dalle dimissioni dei quattro ministri implicati nell’affaire delle mazzette, ha chiesto di nuovo con forza al premier di lasciare. Mentre l’inchiesta che punta al cuore del sistema di potere del Akp, il partito di Erdogan, continua ad avere effetti devastanti. È una guerra contro tutti, senza esclusione di colpi, a tre mesi dalle amministrative. Il voto-apripista delle altre consultazioni che dovranno definire l’assetto del Paese. E sciogliere un nodo spinoso: la Turchia uscirà dalle urne più islamica o più vicina all’Europa?Ieri il procuratore Muammer Akkas, uno dei titolari dell’inchiesta sulle bustarelle, chiamata la “Tangentopoli turca”, ha denunciato di non avere potuto avviare un nuovo filone, con una trentina di arresti, per il rifiuto della polizia, sotto il ferreo controllo dell’esecutivo. «La decisione del tribunale e i mandati di cattura non sono stati eseguiti», ha denunciato il pubblico ministero, subito rimosso dal suo superiore diretto per aver «gestito male il caso». Lo scandalo è cominciato con i 52 fermi eccellenti del 17 dicembre: tra loro figurano anche i figli di tre ministri. Da allora, Erdogan avrebbe defenestrato oltre 500 dirigenti e funzionari di polizia, 400 solo ad Istanbul. Un giro di vite – accusa l’opposizione – per bloccare la prima inchiesta e impedire altre indagini. Nel mirino del governo ci sono in primo luogo gli affiliati alla potente Confraternita islamica del predicatore Fetullah Gulen, ora in lotta aperta di potere con Erdogan. I gulenisti, influenti nelle file di polizia e magistratura, sono considerati all’origine della “Mani Pulite” turca. Come contro le oceaniche manifestazioni di protesta di Gezi Park dei mesi scorsi, il premier turco reagisce alla nuova sfida con il pugno di ferro. La sua posizione, però, è complicata dalle crepe che si stanno aprendo nel partito di governo. Due giorni fa, si è dimesso dall’Akp, Idris Naim Sahin, ministro degli Interni fino al 2012. E uno dei ministri coinvolti nello scandalo tangenti, il titolare della Pianificazione Urbana Erdogan Bayraktar ha lasciato invitando anche il premier a farsi da parte. Bayraktar ha puntato il dito contro Erdogan, rivelando che molte delle licenze edilizie irregolari che è accusato di avere firmato in cambio di tangenti sarebbe state concesse «in linea con le istruzioni» del leader. Secondo la stampa di opposizione il cerchio si stringe attorno alla stessa famiglia del “sultano”: tra i sospetti ci sarebbe pure il figlio imprenditore, Bilal Erdogan.
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