sabato 12 novembre 2016
Il 45esimo presidente vuole scatenare la «Guerra dei cento giorni» demolendo l'eredità di Barack Obama: dalla riforma sanitaria alle misure su immigrazione e cambiamenti climatici.
Donald Trump e Barack Obama a colloquio alla Casa Bianca (LaPresse)

Donald Trump e Barack Obama a colloquio alla Casa Bianca (LaPresse) - LaPresse

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La prima preoccupazione di Trump non appena insediatosi alla Casa Bianca (forse dopo aver ordinato i «water d’oro massiccio» che ha promesso di far installare nei bagni) sarà smantellare l’eredità di Barack Obama. Stando alle sue promesse elettorali, ma anche alle prime dichiarazioni, il 45esimo presidente vuole dedicarsi all’opera di demolizione già dal 21 gennaio, il giorno dopo il giuramento, scatenando la «Guerra dei cento giorni».

Gli obiettivi nel suo mirino sono vari, ma i più urgenti sono quelli che può centrare, almeno in parte, senza far ricorso al Congresso, ma firmando degli ordini esecutivi. Fra questi, la riforma sanitaria nota come Obamacare in vigore dal 2010, che non può abrogare da solo ma cominciare ad affondare a colpi di decreto, o la legge Dodd-Frank, la stretta anti-speculativa di Wall Street varata dopo la crisi. O ancora le misure con le quali Obama ha protetto dalla deportazione milioni di immigrati senza documenti, con i figli nati negli Usa. A rischio anche le iniziative contro i cambiamenti climatici e gli aumenti alle tasse per i più ricchi.
(Elena Molinari)



Obamacare, svuotare la riforma: 22 milioni a rischio

Indebolire Obamacare fin dal primo giorno e abrogare (probabilmente) del tutto nel giro di pochi mesi la tanto disprezzata riforma sanitaria. Resta questo, anche per il significato simbolico e politico dell’operazione, l’obiettivo numero uno di Donald Trump, che sul malcontento verso la riforma – accusata di aver alzato i costi assicurativi per la classe media – ha costruito una discreta fetta del suo consenso. Molti gruppi di pressione, oltre naturalmente ai democratici in Congresso, si stanno preparando a dare battaglia per difendere quella che viene considerata la maggiore eredità dell’era Obama sul piano interno. Se la riforma verrà abrogata, sottolineano, 22 milioni di americani non avranno più copertura sanitaria. In minoranza sia alla Camera che al Senato, i democratici non hanno però molte armi a disposizione. Hanno sì abbastanza voti per bloccare un’abrogazione totale dell’Affordable care act eventualmente decisa dall’Amministrazione Trump al primo giorno in carica, ma non possono frenare i repubblicani dall’approvare norme specifiche che andrebbero a indebolire Obamacare. Inoltre lo stesso Trump, il 20 gennaio, potrebbe firmare ordini esecutivi per cambiare o sospendere elementi chiave della riforma approvata sei anni fa. (Anche se ieri Trump ha aperto a un «parziale» salvataggio). L’abrogazione vera e propria è invece materia più complessa rispetto a quanto sbandierato da Trump in campagna elettorale: la legge è incardinata nel sistema sanitario e tocca ogni aspetto della società americana e un quinto dell’economia. Il nuovo presidente potrebbe comunque allentare i requisiti e gli obblighi assicurativi, ad esempio esentando più categorie di persone dall’obbligo di acquistare una polizza sanitaria. Po- trebbe inoltre tagliare i fondi pubblici a disposizione delle agenzie assicurative, fondi grazie ai quali molte compagnie hanno potuto far fronte ai primi e più complicati anni di implementazione di Obamacare. Se questi sussidi diminuiranno, le compagnie assicurative potranno uscire dal mercato sanitario quasi subito, il che porterebbe al collasso del sistema. I democratici, dal canto loro, non hanno molte opzioni se non quella di convincere gli elettori a premere sui repubblicani puntando sul fatto che l’eliminazione di Obamacare colpirà i più deboli e vulnerabili, ovvero lo stesso elettorato che in buona parte ha premiato Trump. Il Grand old party (Gop) non può abrogare direttamente la riforma perché i democratici hanno ancora abbastanza seggi al Senato per montare una manovra ostruzionistica. Ma nel lungo termine può indebolirla a tal punto da rendere la legge pura accademia. Certo quello che manca è il progetto di una vera alternativa, visto che Trump non ha fornito dettagli in merito. «Negli ultimi anni ogni problema del sistema sanitario è stato addebitato a Obamacare – sottolinea l’esperto di affari legali Tim Jost –. Poi sarà il turno di Trumpcare: staremo a vedere se e come funzionerà». Quel che è certo è che all’indomani della vittoria di Trump, il sistema ha registrato un record assoluto di iscrizioni: più di 100mila americani si sono iscritti sul sito HealthCare.gov, la principale piattaforma per acquistare una assicurazione sanitaria a basso costo. Prima che sia troppo tardi.
(Paolo M. Alfieri)



Clima, sì al carbone e no al Cop21 per scolorire la svolta verde

Salto all’indietro. Tweet del 6 novembre 2012: «Il concetto di riscaldamento globale è stato inventato da e per i cinesi. Lo scopo? Rendere l’industria manifatturiera americana non competitiva». A firmarlo Donald Trump, allora impegnato nella conduzione del programma televisivo The Apprentice. Una boutade? Prove di “politically incorrect” che torneranno (molto) utili anni dopo? In realtà lo stesso tyccon ha, in seguito, definito la stilettata sui cinesi del 2012 uno “scherzo”. Ma l’uscita cattura pienamente lo spirito con cui il presidente eletto approccia l’incandescente (in tutti i sensi) tema dell’inquinamento climatico. L’emergenza climatica (e relative misure)? «Una bufala», twitta il 25 gennaio 2014. «Una bufala », ripete il 30 dicembre 2015. «Un onere inutile per le imprese», incalza il 18 gennaio di quest’anno. La visione, più volta dipinta da Trump, si traduce in un piano di guerra anti-Obama. Sfilarsi dall’accordo di Parigi (Cop21), che impegna i giganti del mondo a ridurre le emissioni di gas serra. “Disinnescare” la Environmental Protection Agency, l’agenzia federale che si occupa di protezione ambientale, affidandone le redini a Myron Ebell, a capo di un think tank conservatore, nonché massimo consigliere di Trump su clima. Ebell ha combattuto per anni “l’allarmismo” sulle responsabilità umane nel cambiamento climatico e si è battuto contro l’idea che le attività industriali ne siano la prima causa. Nel mirino del miliardario neo presidente anche il Clean Power Plan, che punta a limitare sensibilmente le emissioni dei gas serra entro il 2025, investendo sulle rinnovabili, anche questo voluto dal “verde” Obama. Il futuro inquilino della Casa Bianca non ha mai nascosto la sua simpatia per il carbone e la conseguente volontà di “rianimare” l’industria del carbone. Per molti un’impresa disperata. E poco vantaggiosa. La produzione è crollata del 25%, 50mila i posti di lavoro andati in fumo nel giro di pochi anni. Ce la farà Trump? Taglia corto Steven Cohen, direttore del Earth Institute della Columbia University: «L’industria del carbone non tornerà per ragioni che non hanno nulla a che fare con il clima: il gas naturale è ora molto più economico». Per Kerry Emanuel, climatologo presso il Massachusetts Institute of Technology, il ritorno prepotente al carbone «costituirebbe un enorme passo indietro con enormi implicazioni per la salute », dal momento «che il carbone è responsabile di migliaia di morti premature ogni anno».
(Luca Miele)







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